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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?


(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)






Tra il 1071 e il 1081, i Normanni fondarono il castello proprio a picco sul mare attorno al quale si sviluppò il borgo che, nel 1092, Ruggero affidò alla guida del vescovo bretone Ansgerio.
Il castello edificato su una rupe era praticamente inespugnabile perché protetto dal mare quasi da ogni vento ed unito da ponente alla terraferma con lave difficilmente praticabili.
Alla base della rocca un posto di guardia selezionava i visitatori che, dopo la rituale rampa di scale, dovevano passare il ponte levatoio prima di salire nel vero e proprio maniero. Nel lato nord, l' attracco per le barche che lo rifornivano o erano impegnate a portare carichi preziosi in cima.
Una cinta muraria s'apriva a semicerchio con un raggio di circa 400 metri dalla rupe. I pochi merli ancor oggi rimasti testimoniano la forza della struttura che offriva due porte d'ingresso: porta Catania a sud e porta Messina a nord.
Nel 1169 un terremoto distrusse in parte il borgo e la maggior parte degli abitanti si trasferì nel territorio circostante ma in seguito il paese fu ripopolato.
Sotto Ruggero di Lauria, il castello venne espugnato nel 1297 da Federico II d'Aragona, ma il borgo rimase a lungo possesso dei Vescovi di Catania.
Il Castello nel tempo accolse alcuni fra i Re che governarono la nostra Sicilia e fu a lungo concesso in feudo nonostante i catanesi, gelosi di quel tempio che aveva nel 1126 accolto le reliquie della loro Santa, chiedessero al Re Alfonso nel 1433 di non cedere più il borgo ed il castello a questo o quel barone.
Il 3 agosto del 1531 proprio nel Castello e nella sua cappella, fu celebrato l'ultimo passaggio di potere dal barone al demanio reale.
I rappresentanti delle contrade acesi avevano convinto (con grosse somme di denaro) il Re a dare loro autonomia gestionale ed il fulcro di questa vita nuova della città fu Aquilia, l'odierna Acireale dove furono trasferite tutte le attività della Corte cittadina, mentre il Castello rimase solo una contrada di periferia, perdendo poco a poco il fulgore passato e conservandolo solamente nello stemma della città che, fino ad oggi, molte Aci mantengono con orgoglio.
Sul maniero rimase il Castellano, un funzionario spagnolo direttamente dipendente dal Re con una piccola guarnigione che vigilava sui carcerati più pericolosi della zona.
All'interno delle mura, ormai in caduta libera, le poche case offrivano riparo ad un centinaio di persone che si stringevano attorno alla chiesetta di S. Mauro il cui culto diveniva la base per la crescita della nuova comunità.
Passato in seguito agli Aragona, nel 1647 Aci Castello si staccò di fatto dalla vecchia Aci grazie a Giovanni Andrea Massa, nobile genovese che si era impadronito di molti feudi della zona sud dell'Etna a ridosso di Catania (S. Gregorio, S. Giovanni La Punta, S. Pietro, Mascalucia etc.) ed aveva pensato di completare il suo Stato con l'acquisizione della marina castellese che gli apriva la possibilità di un commercio via mare tutto suo.
Il duca Massa entrato in possesso del feudo cercò di renderlo funzionale ai propri interessi: costruì un bel palazzo ma soprattutto magazzini, una cantina e un fondaco per sviluppare le sue attività commerciali.
Sempre nello spirito di una propria autonomia amministrativa, nacque, l'Università del Castello di Aci e furono reperiti in loco gli uomini (giurati, giudice, capitano di giustizia) che governarono la nuova cittadina.
Intorno al 1748 fu creata in zona allora periferica la Chiesa di S. Giuseppe che nel tempo si è arricchita di dipinti all'interno di una struttura semplice ma ammiratissima nello splendido contesto della Piazza del Castello. Immediatamente dopo l'Unità d'Italia la cittadina cominciò ad allargare i propri insediamenti abitativi fuori dall'antica cinta muraria.
Nel 1887 quasi ai confini con il territorio di Trezza nacque il cimitero fra le proteste dei proprietari del terreno che, pur prefigurando nelle loro menti il suo futuro valore, non pensavano minimamente al crollo agricolo della zona ed alla trasformazione della società che proprio in quegli anni Verga rappresentava nei Malavoglia.
Nel secolo scorso, Aci Castello, pur restando essenzialmente un villaggio di pescatori, era spesso frequentato ed abitato da amanti del mare e della natura, attratti dalla stupenda bellezza dei luoghi, dal richiamo del mito.
Oggi, attira gente o per il turismo di vario tipo che gravita sui tanti alberghi della zona o per lo svago giornaliero offerto dal mare (ormai è moda fare i bagni in ogni mese dell'anno) e dai tanti locali con programmi variegati che si offrono alla gente dell'hinterland etneo in ogni giorno della settimana.
Il Castello e la Piazza ai suoi piedi (con il vicino municipio) continuano ad essere le mete principali di coloro che non rinunciano alla passeggiata fra mare, sole e panorami incantevoli ma anche gli itinerari delle stradine interne offrono squarci ammirevoli di lavori settecenteschi in pietra lavica o di alberi secolari o di "altarini" fra i ciotoli e le basole di Via Savoia o lungo quartieri e vie che naturalmente sboccano a mare.
Nel Castello si può ammirare un piccolo museo civico e le splendide piante grasse dell'orto botanico nel giardino pensile.
La parrocchia è intitolata a S. Mauro la cui chiesa, antichissima, è stata ricostruita nel 1961 dopo che un bombardamento l'aveva distrutta (ad eccezione del campanile, eretto nel 1767) il 21 luglio 1943.
Gli agrumeti interessano la maggior parte della superfice coltivata (circa 520 ha); tra le colture minori prevalgono l'olivo, la vite, il mandorlo e gli ortaggi.
Sviluppati sono anche gli allevamenti di ovini, caprini e bovini.
L'industria è presente con una fabbrica di elettrodomestici, cave di pietra vulcanica, alcune cartotecniche, aziende alimentari (produzione di essenze per liquori ed oli essenziali) e fabbriche di laterizi.
Il comune di Aci Castello comprende le di Cannizzaro, Ficarazzi e Acitrezza famosa per le isole dei Ciclopi e per le vicende narrate da Giovanni Verga nei Malavoglia.

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