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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?

(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Monastero S.Maria del bosco

Monastero S.Maria del bosco


L’abbazia di Santa Maria del Bosco di Calatamauro sorge nel territorio del comune di Contessa Entellina su un ripiano del monte Genuardo a m. 830 s.l.m. Il monastero viene fatto risalire al XIII sec. Fu costruito per opera di monaci eremiti riunitosi in comunità che insieme a quelli dell’eremo di Sant’Anna facevano capo agli eremiti del bosco di Caccamo. La prima memoria documentata risale al 21 Giugno 1308, data in cui il romitorio ottiene l’autorizzazione ecclesiastica dal vescovo di Agrigento Bertoldo de Labro, il quale il 20 luglio 1308 visita l’eremo concedendo un’indulgenza a coloro che ne visitassero la chiesa.Domenica 22 Luglio 1309, lo stesso vescovo procedeva alla consacrazione della chiesa decorandola col titolo di Basilica.La chiesa medievale si estendeva “dinanzi il vestibolo del nuovo tempio e vi si vedono ancora oggi i ruderi dei mattoni del pavimento e due antiche sepolture”. A causa delle persecuzioni degli angioini, nel 1318 la comunità di Santa Maria del Bosco adottò la regola dei benedettini, per evitare di passare per eretici.
Sotto la regola benedettina, Frate Olimpio da Giuliana attesta nella sua relazione molti lasciti, con dovizia di particolari, nel corso degli anni, a favore del monastero. Infatti, a partire dalla seconda metà del ‘300, iniziano le fortune, anche economiche, del monastero che ebbe molte donazioni di nobili locali quali Matteo Sclafani e Federico III d’Aragona. Nel 1400 il monastero fu elevato ad abbazia, sotto la dipendenza papale. Primo abbate fu Benedetto da Maniaci. Nell’abbazia volle essere sepolta Eleonora d’Aragona, quando nel 1405 morì, nel castello di Giuliana. Infatti, nella sala che mette in comunicazione la chiesa con il primo chiostro, si poteva ammirare un mausoleo sormontato dall’effigie dell’infantessa in cui mancano però l’epigrafe (che ricordava alla posterità il suo amore verso il monastero), lo stemma dell’Aragona e il magnifico busto marmoreo, opera dello scultore Francesco Laurana (XV sec.),che oggi è conservato nella Galleria Regionale della Sicilia di palazzo Abatellis a Palermo. Nel 1433 il Re Alfonso concesse all’abbazia la completa esenzione fiscale.Seguirono negli anni successivi, secondo le linee di una storia comune a tutti i monasteri, grazie e concessioni tanto da parte regia quanto da parte pontificia, oltre ad un numero considerevole di donazioni, a volte seguite anche da contestazioni da parte degli eredi dei donatori, volendo essi riappropriarsi dei “loro” beni, mentre continuavano le contese con il vescovo agrigentino il quale ripetutamente cercava di affermare i suoi diritti. Quando nel 1469 fu eletto abate Placido de Castagneda favorì l’unione fra l’abbazia di Santa Maria del Bosco con la congregazione del monte oliveto, appartenente all’ordine dei benedettini. Con gli olivetani inizio una grande espansione sia sociale sia religiosa, della abbazia, infatti i monaci benedettini miravano ad una totale autonomia sia fiscale che religiosa. Nel 1491 S. Maria del Bosco fu incorporata da Papa Innocenzo VIII alla congregazione benedettina di Monte Oliveto (benedettini bianchi), come priore fu inviato dall’abate Generale della Congregazione, ad attuare la riforma, Fra Michele da Volterra accompagnato da nove monaci, mentre il vecchio abate Placido Castagneda veniva costituito abate perpetuo, con il privilegio di potere indossare a vita, insieme ad altri due o tre frati l’abito benedettino nero. La storia artistica del monastero qual lo si vede oggi inizia appunto dall’insediamento degli olivetani, mentre il dominio del monastero diveniva il puntello economico della congregazione olivetana in Sicilia. L’accresciuta potenza determinò notevoli contrasti; da una parte, clero contro fisco per far rispettare l’esenzione tributaria spettante ai beni ecclesiastici dipendenti direttamente da Roma, dall’altra, clero isolano contro abati continentali e curia romana per evitare che le rendite del monastero fossero spese fuori dalla Sicilia, come di fatto spesso era accaduto. Gli olivetani di Sicilia miravano ad una totale autonomia, non volendo rispondere fiscalmente ne al governo vice-reale ne alla curia romana.
Furono fondati e dotati con rendite dell’abbazia, a Palermo i monasteri dello Spasimo, di S. Spirito, di S. Giorgio in Kemonia, a Marineo il monastero di S. Maria, a Chiusa Sclafani di S. Leonardo, a Giuliana della SS.ma Trinità, per non parlare delle chiese, cappelle e i numerosi ospizi tenuti in vari siti. L’Abate di S. Maria del Bosco occupava il quarantacinquesimo seggio in Parlamento e di conseguenza doveva partecipare ai donativi, ma allentatasi l’autorità della corona nel sec. XVII l’Abate ricusò di intervenire ai parlamenti e contribuire ai donativi appellandosi all’autorità pontificia. Questa infine prevalse riuscendo ad ottenere nel 1682 una sentenza favorevole all’immunità del monastero.
La chiesa
Della prima chiesa costruita nel 1309 si sa poco,la nuova chiesa fu terminata nel 1757 come è tradizione, su progetto dell’architetto napoletano Luigi Vanvitelli, autore dell’Albergo dei Poveri di Palermo nonchè del celebre Palazzo Reale di Caserta, in una sala del quale si dice sia dipinta in affresco il monastero e la chiesa del bosco di Calatamauro. L’esterno della basilica rimase grezza ad eccezione della facciata principale e del campanile. Questo fu eretto dal 1623 al maggio 1627 per cura ed opera dell’Abate don Vittorio da Napoli. La facciata ha un aspetto classicheggiante, ha un atrio sporgente con l’iscrizione anno dni 1775, che e fiancheggiato da lesene, con un portale sormontato da un rosone intagliato, con gruppi di raggi che si dipartono dal centro dove c’è la scritta Maria. Il prospetto principale è chiuso da una balaustra a sinistra si trova il campanile. La chiesa occupa un’area di mq.2.205,54 è a unica nave di m. 67x32,con cappelle, a croce latina e con cupola. Tutta la navata e stata distrutta dal sisma del 1968. Quanto ai quadri i più importanti sono da considerare quelli di S. Rosalia di Vito d’Anna (1766), la Sacra Famiglia del Postiglione (1856), poi S.Benedetto del Angeletti, la Madonna della Consolazione del Lo Forte, la Madonna di Antonino Manno (1818). Degno di speciale attenzione nella sacrestia, un quadro del fiorentino Filippo Paladino che raffigura S. Francesca Romana del 1613. Con dispaccio reale del 1784 gli olivetani furono espulsi dal monastero in seguito all’ispezione ordinata dal vicerè Caracciolo, e ripartiti fra le sedi siciliane dei benedettini cassinesi.
Tolti i benedettini bianchi e fallite le disposizioni del sovrano per conservare chiesa e monastero, in meno di dieci anni questi vennero a deperire. Le popolazioni dei dintorni nel 1794 che con la confisca dei beni del monastero, si vedevano private tra l’altro di un centro di commesse di lavoro ottennero dieci anni dopo da Ferdinando IV che il monastero fosse affidato agli eremiti agostiniani. Il 14 Febbraio 1808, con sovrana risoluzione, venivano riassegnati al monastero nuovamente tutti i feudi che gli appartenevano. Questo ritrovato splendore era però destinato a durar poco, infatti nel 1866 con la legge di soppressione dei monasteri iniziava il suo rapido e definitivo declino. I comuni circonvicini, con petizioni invocavano il real governo che almeno il monumento fosse affidato ad alcuni degli stessi monaci i quali senza dubbio avrebbero avuto un particolare impegno a mantenerlo.Il monastero in buona parte venduto all’asta, alla nobile famiglia Inglese, è divenuto un’importante centro aziendale agricolo, con il vantaggio non indifferente che almeno il monastero viene conservato nelle opere murarie e nelle coperture . La situazione della chiesa e dell’appartamento abbaziale, affidati invece al fondo culto non è delle migliori. Molti danni si sono susseguiti e la storia più recente è purtroppo una cronaca triste. Gli eventi sismici del 1968 nella Valle del Belice, hanno profondamente provato le strutture della chiesa e la parte di monastero di proprietà ecclesiastica, privi ormai da molto tempo di manutenzione. Ai dissesti dovuti al terremoto si susseguirannoinfatti drammatici crolli nel 1970 - 72 e nel 1980 -81.A seguito di recenti studi nonché dei convegni promossi in loco dall’Associazione Culturale Nicolò Chetta di Contessa Entellina e patrocinati dallo stesso comune, nel cui territorio sorge l’abbazia, nonché dai quattro comuni limitrofi (1985, 1986, 1988) l’arcivescovo di Monreale responsabile di una parte dei fabbricati e della chiesa, ha conferito l’incarico di restauro della parte di sua pertinenza al Prof.Arch. C.Filangeri, al Prof. Ing. A.E.Rizzo, docenti della facoltà di architettura di Palermo e al Dott. Ing. E.Calabrese.
Impegno principale del programma è quello di restituire alla funzione tradizionale la chiesa. Tuttavia nell’area delle cappelle distrutte è stato previsto l’inserimento di parti innovative che dovranno consentire usi alternativi dell’invaso della chiesa ricostruita; la realizzazione di due cavee sovrapposte in grado di ospitare trecento posti a sedere disposti in maniera che fronteggino le cappelle settentrionali rimaste, a comporre un assetto teatrale di particolare suggestione.
Nella parte di fabbricato di pertinenza della curia si prevede che siano ristrutturate le parti tutelando la memoria del vecchio fabbricato e destinandola ad uso di ospitalità, realizzandovi adeguati servizi indipendenti. Complessivamente è stato prevista una struttura in grado di ospitare quaranta persone con pernottamento e centottanta per solo soggiorno”.
Il monastero
E' un edificio composto da due piani, nel prospetto principale vi si trova un portale in stile manieristico con timpano spezzato. All’interno si trovano due chiostri il primo di forma quadrata, ha 36 colonne, il secondo e rettangolare a 32 colonne, ambedue i chiostri hanno al centro una fontana,quella del secondo chiostro risale al 1713. Presentano delle differenze stilistiche sostanziali, infatti, il primo costruito intorno al 1605 nell’arco centrale d’ogni lato c’è un serliana con vani trabeati su cui è alloggiata una nicchia, mentre le colonne poggiano su un parapetto di recinzione, cosa che manca nel secondo chiostro, infatti le colonne poggiano su basamenti a dato abbastanza alti, nel primo si ha un prevalente sviluppo orizzontale, mentre il secondo ha uno sviluppo più slanciato in verticale. In entrambi gli archi sono a tutto sesto con colonne lisce e capitelli dorici.
(Tratto da "STUDIO STORICO ARCHITETTONICO SUL MONASTERO DI SANTA MARIA DEL BOSCO DI CALATAMAURO IN CONTESSA ENTELLINA" di Giovanni Glaviano e Michele Migliore)


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