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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?

(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Catacombe dei cappuccini

Catacombe dei cappuccini

I primi fondatori, dei cappuccini furono Ludovico e Bernardino da Reggio, quest'ultimo venne in Sicilia a diffondere le Riforme dei Cappuccini. L'ordine ebbe la protezione del Papa da Clemente VII  a Pio X.
I Cappuccini arrivarono a Palermo intorno al 1533 ed a loro venne affidata una cappella dedicata a S.Maria della Pace di origine normanna, fuori le mura della città, edificata a ricordo della pace che fecero i due fratelli normanni, Ruggero e Boemondo, per motivi di guerra.
La costruzione originaria fu modificata ed ampliata grazie anche a Don Ottavio D'Aragona che, alla sua morte, lasciò ai frati il suo palazzo adiacente. Le spoglie di Ottavio D'Aragona riposano nel pavimento dinanzi alla Cappella del Crocifisso.
Il Cimitero sotterraneo dei Cappuccini impropriamente chiamato " Catacombe ", si trova al di fuori della cinta muraria della città e la sua costruzione risale presumibilmente intorno al 1599 per opera dei Cappuccini i quali sin dal loro sorgere, hanno avuto come apostolato gli ospedali, l'assistenza ai moribondi, e spesso erano chiamati per assistere gli eserciti sui campi di battaglia.
Si tratta di un cimitero sotterraneo, con lunghe gallerie scavate nel tufo, per un'estensione di circa 300 mq, in uso nel XVII secolo, con circa 8.000 cadaveri imbalsamati.
L'origine delle catacombe si fa risalire intorno al 1599, quando i frati sfruttando una preesistente cavità naturale al di sotto dell'altare maggiore della chiesa, trasferirono le salme di 40 frati precedentemente sepolti presso il lato meridionale della chiesa. I frati iniziarono a scavare in quanto la preesistente cavità non riusciva più a contenere le salme che via via arrivavano . Essi furono posti tutti attorno alle pareti e al centro in una nicchia fu posta l'immagine della Madonna, oggi non più esistente.
Negli annali si legge che quando i frati traslarono i corpi dei loro confratelli seppelliti nella prima fossa, per portarli nella nuova sepoltura, furono trovati interi nonostante che furono inumati sovrapponendoli gli uni agli altri senza cassa avvolti soltanto da un lenzuolo.
"... nel 1599, si fece la traslazione dei corpi dalla vecchia sepoltura alla nuova. All'apertura della fossa per recuperare le ossa,   non si sentì nessun odore cattivo,  si ritrovarono 45 corpi di frati tutti sani ed interi a tal punto di essere riconosciuti, alcuni in particolare avevano i capelli e la barba,  a guardarli sembravano che dormissero e non che erano morti  da tanto tempo. Tale fatto fu così travolgente che il sagrestano dato che in quei giorni doveva venire il frate provinciale in visita; ritenne opportuno staccare la testa di uno di questi frati per porla in un vassoio per fargliela vedere..." Ben presto la fossa divenne insufficiente quindi iniziarono lo scavo di una seconda stanza a cui si accedeva per mezzo di una scala che si dipartiva dalla sagrestia. 
Dal 1601, infatti, furono molte richieste di nobili che chiedevano ed ottenevano di essere sepolti in quel luogo. I primi nobili ad avere il permesso di essere accolti nel cimitero  furono Don Carlo Firmatura con autorizzazione del 30 luglio 1634, e il 24 giugno 1636  Don Carlo Agliata, la moglie Giuseppina e il loro figlio Don Bernardino, il 16 novembre 1636 ottenne il permesso Don Scipione Cottone; fu questo l'inizio che portò l'apertura del cimitero agli estranei e la cosa spinse i frati ad ingrandire la sepoltura .
Dal 1601 al 1678 si continuò a scavare e furono costruiti il corridoio dei frati e quello degli uomini; i lavori continuarono fino al 1732 raggiungendo l'attuale dimensione: quattro corridoi a quadrato divisi su un impianto di forma rettangolare da un quinto corridoio. Questa sistemazione si deve al frate architetto Felice La Licata da Palermo nel 1823.
Non poche furono le ispezioni da parte delle autorità competenti volte a salvaguardare la salute pubblica e in tutte le relazioni si legge che ai Cappuccini il metodo adottato soprattutto per la conservazione era il più valido e ciò diede ai Cappuccini il privilegio di continuare a seppellire i cadaveri ciononostante il decreto regio del 1710 e successivi che ordinavano di seppellire i cadaveri ad un miglio di distanza dall'ambito urbano e non più dentro le chiese.
In trecento anni, queste mura ospitarono innumerevoli cadaveri, molti ignoti, altrettanti importanti, ma non tutti i cadaveri, dopo che venivano purgati  prosciugati  e rivestiti, si esponevano nelle nicchie, questo era riservato solo a quelli di una certa importanza.
E' doveroso ricordare la visita avvenuta il 2 novembre del 1779 da parte del celebre poeta veronese Ippolito Pindemonte, che rimase così colpito da immortalare il cimitero nel suo carme imperituro " I Sepolcri"; e la città grata e riconoscente all'illustre poeta, chiamò la seicentesca strada d 'Alburquerque che porta alla Chiesa e quindi al cimitero, Via Pindemonte. Un'antica iscrizione narra l'apertura della suddetta via nel 1631 per collegare allo stradone di Mezzomonreale  il convento dei Cappuccini.
Anche il celebre scrittore francese Guj de Maupassant, visitando il complesso nell'anno 1885, si soffermò lungamente sul metodo dell'essiccamento.
Attualmente i frati si occupano della manutenzione e della conservazione del cimitero permettendo la visita agli innumerevoli turisti che da tutto il mondo vengono a visitare questo monumento che sia pur macabro è unico nel suo genere.
L'INTERNO
L'ingresso è sul lato sinistro della facciata principale della chiesa, sistemato nel 1944; ai primi gradini di accesso il visitatore avverte subito il senso di umidità e l'odore di muffa e ai piedi della scala in penombra si scorgono gli scheletri messi in fila, ritti, addossati alle pareti, con le mani incrociate e con un'espressione tutta propria. A destra si trova la prima parte del corridoio dei frati, il più antico, socchiuso da un cancello di legno, e racchiude le salme dei primi 40 frati; e fra di essi riposa il figlio del re di Tunisi, Aiala. Imboccando il corridoio degli uomini, all'altezza con quello dei sacerdoti, all'interno di un piccolo vano, sono sistemati i bambini. Proseguendo, i corpi mummificati, quasi identici l'uno all'altro, s'identificano con dei cartelli che riportano il nome, cognome e data della morte; sono vestiti con gli abiti dell'epoca dimostrando con ciò la diversa estrazione sociale. Quasi adirato per il trattamento subito, il viso intatto ma annerito, Antonio Prestigiacomo, morto nel 1844 e mummificato con il metodo dell'arsenico, sembra scrutare i visitatori.
Il corridoio delle donne è il meno spettrale in quanto i corpi sono deposti in tavolieri orizzontali e si possono ammirare gli stili delle vesti usate tra il '700 e '800: abbondano abiti di seta con ricchi merletti cuffie dalle forme più svariate. In una cappella, detta del "Crocifisso", si trovano i corpi di quattro fanciulle con vesti chiare, coronate da fiori metallici e con rami di palma tra le mani per indicare che si tratta di donne non sposate, vergini, come si legge su uno scritto a chiare lettere che cita un versetto delle sacre scritture. Incrociando il corridoio dei professionisti, così chiamato per la numerosa presenza di medici, avvocati, pittori, ufficiali e soldati, tra i quali il pittore Velasquez, gli scultori Filippo Pennino e Lorenzo Marabitti e il chirurgo Salvatore Manzella, ci si immette in un lungo corridoio senza nicchie alle pareti, la parte più recente, che fino a qualche anno fa era pieno di casse chiuse al pubblico; le leggi civili avevano proibito, nel 1837, l'esposizione dei cadaveri fino allora praticata.
Al centro di questo corridoio si può vedere uno dei tanti colatoi disseminati lungo le gallerie: una piccola celletta scavata nel tufo accoglie dei lettini di pietra con la giacitura costituita da tubi di terracotta isolati da una porta d'ardesia.
Nella cappella di Santa Rosalia, tra due bare di cadaveri di bambine, si trova la famosa bara della piccola Rosalia Lombardo, morta il 6 Dicembre 1920 a soli due anni, trasportata ai Cappuccini per essere sepolta dopo essere stata imbalsamata per opera del dottor Solafia, con un metodo farmacologico di cui si sconosce la composizione. Da diciture verbali si sa che il cadavere fu trasportato nel cimitero perché il dottor Solafia procedesse all'imbalsamazione, per poi essere seppellita altrove. Ma il dottor Solafia iniziato il procedimento non poté portarlo a termine a causa della sua prematura morte e per causali eventi dei familiari della bambina il corpicino è rimasto ai piedi dell'altare oggi dedicato a Santa Rosalia
IL METODO DI CONSERVAZIONE DEI CADAVERI
Il primo a parlarne fu Gastone Carlo, nella sua opera " Viaggio in Sicilia" del 1828.  Egli descrive sommariamente il metodo riportando nei suoi scritti che i cadaveri venivano posti in una stanza, distesi o seduti  e serrata la porta per non uscirne la puzza vi rimanevano per un periodo di circa un anno, quindi all'apertura si ritrovavano interi ed intatti. In seguito in un verbale redatto dopo un'ispezione del Senatore della città di Palermo, Federico Lancia di Brolo si rileva che i cadaveri non più di 8 - 10 venivano introdotti in una stanza, distesi sopra una grata fatta di tubi di terracotta e chiuse ermeticamente le porte, vi restavano per un periodo di circa otto  mesi un anno. In seguito venivano trasportati in un luogo ventilato coperto con tettoia, dove, venivano lavati e ripuliti con acqua ed aceto, quindi rivestiti e collocati nella casse di legno o nelle nicchie lungo i corridoi. Rimanevano li solo se i parenti andavano a trovarli e portavano loro la cera per tre anni consecutivi altrimenti venivano rimossi così come prevedeva l'articolo 41 del regolamento emanato dal municipio di Palermo nel 1868.
In periodi di gravi epidemie, per la conservazione, si usava immergere i cadaveri in un bagno di arsenico o di latte di calce ed è questo il metodo utilizzato per il cadavere di Antonio Prestigiacomo riconoscibile dal colorito rossastro. Fu pure adottato il metodo a base di farmaci inventato dal su citato dottor  Solafia del quale si sconosce il procedimento usato a causa della immatura scomparsa del medico.

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