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«A DIO, OTTIMO, MASSIMO.
O GIOVANETTO, AL QUALE QUESTO CASTELLO APPARTIENE, PER DIRITTO DI DISCENDENZA DI GIACOMO CAPRINI, IL QUALE NE È BARONE E QUI RISPLENDE COL SUO ANTICO STEMMA, TI AVANZA. TU GODRAI NON NELL'ORTO DELLE ESPERIDI, MA DEI FEUDI, DEL PINGUE ARMENTO DI LUI E DEL GREGGE PASCOLANTE. FELICE TÈ, O GIOVANETTO, CHE TI PASCI DI AURA CELESTE NELLA CASA DEL GRANDE EROE PIENA DI ABBONDANZA.
ANNO DEL SIGNORE 1668»


Castello di Gresti

Castello di Gresti


Nel territorio di Aidone, in contrada Gresti, a 20 chilometri dalla cittadina sorge il Castello di Gresti.
Il suo vero nome è Pietratagliata, (così è infatti ricordato da storici del tempo) in virtù della roccia sulla quale è costruito e che, in un'epoca forse preistorica, dovette essere una specie di diga naturale che ostruiva la valle e che venne rotta dalla furia delle acque.

Essa appare infatti come spezzata al centro e sopra uno dei lati si innalza l'elegante castello, a picco sul torrente.

Fu denominato "Gresti" dalla prima stesura delle carte militari, quando il topografo, sconoscendo il vero nome, lo ribattezzò con quello della contrada e dell'adiacente "Cozzo dei Gresti" ma il suo nome deriva anche dai frammenti di terracotta presenti negli interstizi delle mura in "pietra rossa di montagna".

Pacificamente arrocato in un impervio nido d'aquila, sembra raccontare la propria storia e le proprie vicende plurisecolari ed emana un misterioso fascino.
Da solo sorveglia e contempla gli sconfinati orizzonti siciliani dominano ampie vallate, controlla il paesaggio che dalla Sicilia del nord porta alla Sicilia sud-orientale ed e quasi a guardia del fiume Cornalunga, un tempo ricco di acque Lo stesso Diodoro Siculo fa riferimento ad una strada che collegava Siracusa ad Agira passando per Morgantina.


La parte oggi emergente ha tutte le caratteristiche dell'architettura siculo-medievale del periodo normanno, emergente con un alto torrione da una grande roccia, in piena solitudine sul fondo di una valle.
In tempi antichissimi attorno alla rocca gravitava un piccolo centro abitato , ora scomparso, e la presenza dei Greci, dei Romani e degli Arabi è testimoniata da numerose monete delle rispettive epoche, ritrovate nei pressi (alla "collinetta della moneta").

Come già detto, il solitario castello fu edificato a picco su una roccia nel fondo di una valle, dalla posizione inaccessibile, dove in epoca preistorica una potente diga silicea naturale ostruiva la valle.
Nei pressi del castello scorre il fiume Gornalunga (l'antico Erykes) un tempo navigabile, oggi quasi prosciugato.
Suggestiva la fisionomia del castello che si inquadra in un paesaggio singolare, con una conformazione orografica particolare.
Infatti, ci troviamo al cospetto di una cresta rocciosa che determina lo sbarramento della valle dove scorre il torrente o vallone Gresti, affluente del Gornalunga.
La costruzione dell'attuale struttura del castello risale, con molta probabilità, al periodo arabo normanno.
Il castello venne infatti riedificato dai Normanni, ma le prime notizie storiche documentabili risalgono soltanto al XIV secolo, quando il feudo denominato Fessima o Fessinia, ed il relativo fortilizio tramandato con il nome di Pietratagliata venne concesso al re Federico d'Aragona, che lo assegnò a Prandino Capitana di Piazza Armerina.
Essendo poi questo ribellatosi al re, il feudo e il Castello gli vennero confiscati e pervennero nel marzo 1374 a Perrano de Juenio, feudatario del paese e del castello di Aidone e di Pietratagliata
Rè Martino ne confermò il possesso al figlio di lui Bartolomeo (1392) ed a lungo durò la signoria di questa famiglia dei Gioieni, appunto.
Nel 1648 ne furono proprietari i Graffeo ai quali subentrò la famiglia Caprini e verso il 1769, ne era signore Andrea Amato principe di Galati.
Sul 1772, il castello pervenne ad Alessandro Mallia, tramite Gioacchino Pomar che lo avrebbe acquistato dall'Amato.
Nei primi del 1900 fu di Mons. A. Prato e della famiglia del marchese Aldisio mentre l'attuale proprietario è il barone Ignazio La Lumia di Licata.
La torre a prisma rettangolare, ancora oggi ben conservata, si erge su una grandissima grotta scavata nella viva roccia. Al primo piano vi sono parecchie stanze, costruite sulla diga silicea, sino a raggiungere il limite a picco e sempre dal primo piano parte una scala interna a chiocciola, che porta sino alla cima della torre.
Oltre alla scala principale doveva esservene un'altra segreta, scavata nella roccia, che veniva usata dai falconieri, e percorreva per un certo tratto la diga torcendo a ponente, da dove essa si internava nelle viscere del monte, collegando il versante nord alle torri e alle nicchie all'interno.
Sopra una finestra ogivale è incisa la data del 1664 e più in alto una iscrizione latina; entrambe poste al tempo del barone Caprini.
Una leggenda narra che «chiunque leggerà l'iscrizione, purché in groppa ad un cavallo in corsa, scoprirà un favoloso tesoro nascosto nella roccia».
Il parroco dott. Magno, esimio studioso del luogo, riuscì a decifrarla, ma... non essendo egli «sopra un cavallo in corsa» nessun tesoro gli fu rivelato. Ed eccone il testo tradotto:
«A DIO, OTTIMO, MASSIMO.
O GIOVANETTO, AL QUALE QUESTO CASTELLO APPARTIENE, PER DIRITTO DI DISCENDENZA DI GIACOMO CAPRINI, IL QUALE NE È BARONE E QUI RISPLENDE COL SUO ANTICO STEMMA, TI AVANZA. TU GODRAI NON NELL'ORTO DELLE ESPERIDI, MA DEI FEUDI, DEL PINGUE ARMENTO DI LUI E DEL GREGGE PASCOLANTE. FELICE TÈ, O GIOVANETTO, CHE TI PASCI DI AURA CELESTE NELLA CASA DEL GRANDE EROE PIENA DI ABBONDANZA.
ANNO DEL SIGNORE 1668»

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