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Cava di Ispica
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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?

(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Cava di Ispica

Cava di Ispica




La Cava D'Ispica è una valle di orogione fluviale che si estende sul territorio di Ispica, Rosolini e Modica per una lunghezza di 13 chilometri e può quindi immaginarsi quale enorme quantità di abitanti abbia avuto, se tutte le grotte o ambienti scavati nella roccia sono stati abitati contemporaneamente; ma è probabile che siano stati aperti in epoche diverse. Caratterizzata da una folta vegetazione mediterranea, è possibile ritorvarvi anche resti di necropoli d'epoca preistorica, catacombe databili al periodo crisitiano e eremi di monaci.
La vallata conserva grotte dalle bellezza particolare: la grotta della Signora, tomba a tholos e possibile luogoo di culto, le Grotte dei Santi con le raffigurazioni di 36 santi dall'evidente manifattura bizantina, anche se ormai deteriorate, il Santuario di San Nicola, grotta all'interno della quale sono ancora visibili affreschi raffiguranti il santo e la Madonna.

... Non si capisce come gli uomini arrivassero agli abituri più elevati, giacché ce ne sono alcuni scavati molto in alto che non hanno passaggi con gli ambienti sottostanti e che, per quanto siano poco lontani l'uno dall'altro, non sono comunicanti.
All'estremità settentrionale della cava si incontra una vasta cinta, dove sorse, in epoca molto posteriore, una villa greca. La parete, in tutta la sua altezza, è bucata da grotte sepolcrali, adorne di iscrizioni greche. Hanno scavato anche ai piedi della roccia, un po' più in alto del fondo della cava, e qui le abitazioni, realizzate con cura, fanno pensare che siano dovute all'opera di architetti abilissimi; puoi notare infatti ogni sorta di comodi accessori: piccoli corridoi, scalette di disimpegno,...
Nel luogo che gli abitanti di queste umili case chiamano "la drogheria", perché le grandi nicchie quadrate scavate nelle pareti laterali delle camere lo fanno rassomigliare ad un negozio di speziale, ci sono delle specie di panche, o meglio delle vasche esagonali sul pavimento e non si sa quale scopo avessero questi strani manufatti. Non lontano da qui, quasi all'inizio della cava, s'innalza una collinetta che racchiude la più grande catacomba della Sicilia; profonda ventitré tese, è costituita da tre gallerie parallele; quella centrale è più estesa, lungo quelle laterali si aprono piccole grotte, quasi tutte piene di sarcofaghi.

Jean Houel da "Viaggio in Sicilia e a Malta (1781 - 1786)".

Cava d'Ispica è uno dei luoghi più suggestivi e giustamente famosi della Sicilia Sud - Orientale; una vallata stretta e sinuosa fra quinte verticali di cortine rocciose, che dall'altopiano di Modica scende verso la pianura e il mare, seguendo per ben dodici chilometri il corso del torrente omonimo. L'aspetto della valle è particolarissimo: in parte orrido per le rupi scavate dagli agenti atmosferici con immense spaccature o per l'ammasso di macigni precipitati o per le sinuosità simili a voragini e le grotte aperte su ambedue i lati, in parte idillico per le oasi verdi sparse nel fondovalle, per il profondo silenzio sottolineato dal mormorio del fiume o interrotto dal grido dei rapaci.
La valle ora si stringe a gola, ora si allunga con fianchi erbosi, tra una vegetazione spontanea di carrubi, fichi, noci, pistacchi, edere, arbusti, talora col fondo coltivato a mandorli e agrumi.
L'esame attento condotto dal grande archeologo P. Orsi all'inizio del secolo sfatò definitivamente quel sogno preromantico, e da molte parti dopo di lui lo studio della valle è stato approfondito, la topografia precisata, alcuni itinerari fissati. Ma l'incanto di un mondo naturale silente e incontaminato, unito alla suggestione delle vestigia storiche e funerarie che di volta in volta si alternano e si affiancano in un habitat singolare, quasi estraneo alla regione che lo circonda e separato in ogni tempo dal resto del mondo, è rimasto integro e di grande fascino.
Per il turista del nostro tempo la visita può organizzarsi attorno ad alcuni grandi complessi come il Cuozzu, il Salnitro, il Castello, il parco della Forza. Il primo di essi, il Cuozzu (raggiungibile dalla SS. 115 all'altezza del km 77.5) si articola per un raggio di pochi km attorno al molino Cavallo d'Ispica, dal Molino si risale alla contrada Baravitalla, dov'è uno dei monumenti più singolari della civiltà castellucciana (XVIII - XV sec. A.C.): una tomba monumentale con la facciata a finti pilastri.
Altre tombe riutilizzate attestano una piccola necropoli in relazione a un villaggio.
Attraverso un ponte, in mezzo a un prato, è la Rutta 'e Santi, a pianta quadrangolare e un piccolo vestibolo.
E' il primo dei monumenti relativi a quella vita cristiana cenobitica, che si instaurò nella valle in età bizantina; la grotta conserva purtroppo solo labili tracce del ciclo di affreschi di ben trenta figure di santi in posa ieratica e con caratteristiche tipiche dell'iconografia bizanatina, i cui precedenti si ritrovano nell'oratorio siracusano di Santa Lucia.
Procedendo a Sud Est, poco distante dalla strada, in una larga spianata, è la basilichetta diruta di S. Pancrati, con tre absidiole semianulari e una piccola navata, che fonde lo schema a croce greca col tipo latino e ha un illustre parallelo a Siracusa nella basilica di S. Pietro ad Baias del VI sec. D.C. La chiesa, che subì dei rimaneggiamenti nelle epoche successive con l'aggiunta della navata laterale e la modifica del prospetto, doveva in origine essere legata ad un edificio monastico retrostante, attestato dal cumulo delle macerie, e possedere in origine una cupola impostata direttamente sui muri perimetrali e un ciclo di affreschi.
La pavimentazione era in calcare e ci sono tracce di un successivo battuto in coccio pesto. Tornati al Molino per un vittolo, girando a destra, si giunge presso le case Bellomo, alla Grotta della Madonna o di San Nicolò.
Di forma rettangolare, a volta piana, ha nella parete di destra due nicchie. Del ciclo di affreschi - anch'essi entro riquadri chiusi da fasciature - i quali anche qui decoravano ininterrottamente le pareti, restano brandelli delle immagini di San Nicola e della Theotokos (VI - X sec. D.C.).
Tornati al Molino, di là della strada, si può visitare la larderia, catacomba ipogeica del IV - V sec. D.C., con due ingressi, un'ampia navata e due corridoi laterali, in cui fittissimi e a somiglianza dei grandi complessi catacombali siracusani, si dispongono le tombe terragne, i loculi, gli arcosoli semplici e i polisomi, le tombe a baldacchino.
La Larderia è la prova migliore che la valle fu investita, già nei secoli del Basso Impero, da un flusso vivace di vita religiosa legata al primo cristianesimo, da cui si svolsero nei secoli successivi sia la tradizione agiografica legata ai santi Pancrazio e Ilarione, sia quelle forme intense di vita cenobitica che animarono e vivificarono la vita spirituale ed economica della regione.
Un primo esempio dell'intensificarsi della vita laica e monastica nei secoli VI - X d.C. è il complesso abitativo trogloditico del Cuozzu, costituito, come numerosi altri che d'ora in poi caratterizzeranno in modo suggestivo l'ambiente della valle, di grotte abitative scavate nel tenero calcare, a più piano sovrapposti, collegati fra loro da corridoi orizzontali e scale esterne o cunicoli e botole tra un piano e l'altro.
Si tratta di veri e propri villaggi trogloditici di abituri a pianta rettangolare o ellittica, dotati di nicchie, ripostigli, giacitoi, conche per la raccolta delle acque piovane ivi condotte da canalette, che girano spesso sopra le aperture d'ingresso a mo' di grondaie.
In mezzo alle grotte del Cuozzu, a testimonianza dell'intrecciarsi della vita laica con quella monastica e spirituale, è la grotta di Santa Maria, probabilmente un rifugio eremitico con tracce di affreschi alle pareti, ancora una volta rovinatissimi, e una cameretta sovrastante a cui si accede con una scala a chiocciola. La fronte della grotta è franata e questo fatto che si ripete spessissimo nel paesaggio "architettonico" della valle ne accresce la suggestività per queste bocche beanti o sorta di occhi spalancati che incombono dall'alto sul visitatore.
Risalendo il viottolo, poco più in là è il Camposanto, altro complesso sepolcrale della prima età cristiana articolato in due ambienti fra loro comunicanti, col quale devono mettersi in relazione anche una serie di tombe ad arcosolio distribuite in più ordini sulle pareti esterne del colle.
Ancora nel Cuozzu si trovano le Grotte Cadute, un complesso di abituri rupestri sovrapposti, dalla fronte spesso franata. Attraversata la valle, sulla parete contrapposta il SO è il secondo dei complessi, il Salnitru o Salnitro, in cui un sepolcreto di fosse terragne e loculi scavati si affianca a un nuovo grandioso nucleo di abitazioni trogloditiche.
Fra di esse è la "Bizzarria" o Speziera, un ambiente tipico degli abitati trogloditici, forse in relazione ad attività di raccolta ed utilizzazione delle erbe medicinali, che la presenza monastica aveva introdotto tra quelle genti e la rigogliosa natura della valle alimentava.
Si procede quindi per sentieri sepolti tra la vegetazione al cospetto di gruppi successivi di grotte trogloditiche (Rutti Giardina, U Palazzieddu), fra le curve sinuose della valle ora stretta ora più ampia, fino alla confluenza della valletta Lavinaro, dove per una mulattiera è possibile visitare in contrada Calicantoni centinaia di tombe sicule dell'età del bronzo con portelli quadrangolari a rincasso, anticella e cella.
Due di queste hanno padiglioni monumentali, decorati con cinque rozzi pilastri. E accanto ad esse, ancora sepolcreti cristiani entro camere scavate nella roccia e un cimitero a semplici fosse sub divo di età bizantina (V - VI sec. D.C.), per i quali l'Orsi ipotizzò un villaggio di rozze capanne in muratura sugli aperti piani di Calicantoni o della vicina Gisira.
Tornando indietro per la stessa mulattiera o seguendo il sentiero del fondovalle, si raggiunge il luogo forse di maggior suggestione paesistica e fascino storico: il Castello.
La leggenda popolare favoleggia di un Signore della valle e della sua dimora inaccessibile. In realtà si tratta ancora di un villaggio trogloditico, con ambienti rettangolari che si sviluppano lungo corridoi paralleli alla parete esterna e si sovrappongono - vero e proprio nido d'aquila - per quattro piani.
Li collegavano scale esterne a piccoli gradini, che, ormai crollati, fanno apparire inaccessibili i piani più alti. Tornati indietro al bivio della valletta Lavinaro, nella contrada Calicantoni, si ridiscende a visitare la Capreria, altro villaggio trogloditico e dalla parte opposta il Convento, forse un autentico cenobio con resti evidenti di architettura ecclesiastica, fra cui il sacello di Santa Alessandra con tracce di affreschi.
Dopo il convento ancora gruppi di tombe sicule; poi la valle piega a Sud fino alle soglie del moderno abitato di Ispica, già Spaccaforno (Ispicae fundus), con numerose grotte riutilizzate da una parte e dall'altra della valle.
Presso un grandioso sperone roccioso, è la Forza, antica fortezza naturale, con torrioni di guardia nel lato ovest e il castello cinquecentesco degli Statella, di cui restano ruderi della porta col ponte levatoio e il dongione.
Nei pressi di quest'ultimo è la chiesa dell'Annunziata, di cui si è scavato il pavimento cosparso di fosse e le cui lastre tombali sono ora raccolte in un Antiquarium. Dal Castello si può scendere al fondo della cava dove, tra giganteschi noci e alberi, è la chiesta di S. Maria della Cava, con resti di affreschi alle pareti e una nicchia dietro l'altare con la Theotokos, San Francesco e Sant'Ilarione nella lunetta.
Dopo la chiesa, inoltrandosi per la cava, è possibile raggiungere un altro villaggio trogloditico (Grotte di Lintana) e a un km circa, in cima a un sentiero a gradini, la grotta di Sant'Ilarione l'eremita che, secondo la sacra agiografia, venne qui dall'Egitto, dando inizio all'insediamento della valle. A questo punto si impone una sintesi storico - cronologica. L'età preistorica con la civiltà del Bronzo del II millennio è largamente attestata nella valle, dalla contrada Baravitalla alla testata di essa, alla contrada Calicantoni e gli altri gruppi a grotticella sparsi nel medio e basso corso. Scarsissime le tracce della penetrazione greca e romana nella valle: pochi cocci del V e III sec. A.C., di cui l'Orsi ebbe notizia.
Ma la vita della valle si intensifica in età paleocristiana, come dimostrano le grandi catacombe della Larderia e del Camposanto, grazie al soffio potente della predicazione religiosa e dell'ascetismo eremitico, che la tradizione agiografica e popolare attribuisce a San Pancrazio, il predicatore di Taormina, e a Sant'Ilarione. In età bizantina la valle, insieme al perpetuarsi del cenobitismo, conosce il diffondersi dei nuclei di popolamento costituiti dalle comunità dei villaggi rupestri, coi loro cimiteri di tombe all'aperto e sub divo, in contrapposizione alle comunità urbane. Un fenomeno, questo, di cui si coglie l'eco in Paolo Diacono ed è noto ad alcune fonti arabe del tempo.

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