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Palazzo Platamone - Catania
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::Palazzo Platamone a Catania » Storia

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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?

(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Cortile Platamone

Cortile Platamone


Alle spalle di piazza Duomo, in via Vittorio Emanuele, troviamo Palazzo Platamone testimonianza dell'architettura tardo medievale e rinascimentale, e la chiesa di San Placido esempio dell'arte barocca. Legati dalla storia, essi furono col tempo "divisi" dagli stili architettonici.
Nel Quattrocento, tra le famiglie più prestigiose, vale a dire quelle che riuscirono ad ottenere un buon numero di designazioni, troviamo i Platamone; infatti, essi affiancarono al commercio, attività alla quale erano dediti, la gestione di numerose cariche pubbliche. Uno dei personaggio "celebri" di tale famiglia fu Battista Platamone; laureato in legge all'università di Padova, dal 1420 egli occupò diverse cariche di natura fiscale ed amministrativa, accumulando tra l'altro molti titoli nobiliari e feudi. Il suo nome è legato, insieme a quello di Alfonso il Magnanimo, alla nascita della prima Università siciliana, appunto quella di Catania (1434).
Il palazzo dell'omonima famiglia è situato all'interno del cortile dell'ex convento di San Placido, e fu edificato nel XV secolo; all'epoca, tale edificio, insieme a palazzo Biscari, faceva parte dei palazzi più lussuosi e rappresentativi della città.
Oggi, delle costruzioni quattrocentesche di "casa" Platamone rimane, nel giardino della Badìa del convento, il grande loggiato sormontato dal parapetto di un balcone, risalente al XV secolo.
La decorazione a Chevron, fasce bicrome a zig zag di pietra lavica e calcarea che si alternano (segno tangibile dell'eredità islamica), mentre nella Porta della Chiesa del Santo Carcere si trova sulle colonne, dove decora orizzontalmente il balcone ed è interrotta, al centro, dallo stemma della famiglia.
Altra caratteristica è la serie di archetti ogivali, che poggiano sulle mensole di pietra calcarea, nei quali sono scolpiti elementi decorativi di tipo floreale, che si alternano con figure umane. Oggi, il convento femminile dove un tempo risedettero i Platamone rappresenta uno dei capolavori dell'architettura barocca, nati in seguito alla ricostruzione post terremoto; il monastero sorto sul Tempio di Bacco, occupa un intero isolato di forma trapezoidale.
Sul lato meridionale del convento, proprio di fronte al palazzo Biscari, è visibile un portone del tardo seicento di pietra intagliata a bugne; questo anticamente fu l'ingresso principale del convento. Più avanti, sempre sullo stesso fianco del convento, troviamo un rilievo di S. Agata.
All'interno del monastero di S. Placido sono incastonate alcune strutture murarie, nonchè le case, che appartenevano all'antico palazzo "alla marina" della famiglia Platamone; di fatto, già nel XV secolo la famiglia le aveva donate ai religiosi. Uno dei privilegi concessi a tale famiglia fu l'autorizzazione ad aprire nelle mura del palazzo una "posterna", in altri termini un passaggio che avrebbe condotto direttamente al porto. A causa dei nefasti avvenimenti che colpirono la città alla fine del Seicento, oggi rimangono poche testimonianze di tale edificio. Tuttavia, dopo il terremoto del 1693, che distrusse in gran parte il monastero, nella ricostruzione di questo ultimo vennero annesse le testimonianze più antiche del palazzo in un sito più ampio di quello pre-terremoto che solo in parte si sovrapponeva all'aerea preesistente.
Alla grandiosa ricostruzione parteciparono alcuni fra i protagonisti della rinascita della città: Alonzo Di Benedetto, gli architetti Giuseppe Palazzotto, Francesco Battaglia, Stefano Ittar e probabilmente Giovanni Battista Vaccarini.
All'interno del settecentesco monumento, si rilevano tracce di una suggestiva stratificazione, come le accennate preesistenze di epoca romana; la loggia di casa Platamone e una parte della struttura del vecchio palazzo, quella che era connessa al porto tramite il passaggio privato che attraversava le mura.
Con la legge Siccardi e l'applicazione delle leggi eversive, tra il 1864 ed il 1867, le monache dovettero abbandonare il monastero che nel 1909 entrò in possesso del Comune di Catania per essere destinato a sede di uffici finanziari. Nella parziale ricostruzione post bellica - la struttura fu danneggiata durante i bombardamenti del 1943 - venne ricavata la sala di un piccolo teatro; successivamente il fabbricato divenne sede della caserma dei vigili del fuoco, poi della falegnameria comunale, degli uffici destinati alla manutenzione e la corte fu adibita a parcheggio di automezzi della Nettezza Urbana.
A partire dagli anni '90, nonostante lo stato di degrado e l'inadeguatezza dei servizi e degli impianti, il chiostro ha ospitato spettacoli estivi all'aperto, e i locali siti al piano terra, i soli ancora agibili dopo il terremoto di S. Lucia del 1991, hanno ospitato mostre temporanee.
Oggi, dopo un lungo periodo di degrado e abbandono, è stato restituito dall'Amministrazione comunale alla città come luogo per incontri culturali e musicali e diventare la "Casa della Cultura": un libro aperto attraverso il quale sarà possibile leggere anche la stratificazione urbanistica e la storia di Catania.
Ogni sabato, infatti, molti giovani catanesi si recano nel cortile ad ascoltare i concerti che vi si svolgono, affollando la bella e vicina piazza Bellini.
La ristrutturazione di palazzo Platamone è stata voluta dal Comune di Catania che ha ritenuto il recupero del grande spazio strategico per lo sviluppo culturale della città inserendolo, nel 2003, nell'ambito dei progetti del PIT 35 "Catania Città metropolitana". Nello stesso anno ha partecipato al Bando ACRI - Sviluppo Sud - Distretti culturali, ottenendone il finanziamento alla conclusione dei lavori. Importante il contributo dell'Università di Catania: consulenza storica e ricerca archivistica sono state affidate al prof. Eugenio Magnano di San Lio, della Facoltà di Architettura; indagini diagnostiche su intonaci e danni da umidità al prof. Angelo Salemi del Dipartimento di Patologia dei materiali.
Il progetto è stato curato in tutti i suoi aspetti tecnici ed amministrativi dal 1° Servizio della Direzione Cultura, con il coordinamento della dirigente, architetto Gabriella Sardella.

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