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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?


(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



A sinistra si apre il vestibolo che immette nel cubicolo del Dominus. Il pavimento illustra una scena di lotta tra Eros e Pan alla presenza dell'arbitro con barbetta a punta che porta sul capo una corona di fiori, simboleggiante la inviolabilità della persona durante la funzione arbitrale.
Eros è accompagnato da due fanciulli e da tre donne; Pan da un corteo dionisiaco formato da sileni, satiri e due menadi: dietro i contendenti, in alto, è un tavolo con il premio per il vincitore costituito dalla palma della vittoria e da due sacchi con 22.000 denari. Pan, dio dei pastori, dei cacciatori, del bestiame e dei boschi, è rappresentato con i capelli incolti, con la barbetta appuntita e con le corna di capra.
Secondo alcuni Pan (ogni cosa) rappresenta tutte le cose: con le corna il sole e la luna, con il viso l'aria, con il folto pelo gli alberi e gli animali, col piede di capra la solidità della terra. In suo onore si celebravano i Lupercalia, feste di purificazione che si tenevano il 15 febbraio di ogni anno. Eros, che i romani chiamavano Amore e Cupido, è rappresentato come un bambino alato. Nell'anticamera i camerieri di fiducia (cubiculari) vegliavano sul sonno del padrone e nelle giornate di caldo gli facevano aria.
Ma, forse, è bene sapere che i Romani erano più amanti del freddo che del caldo; fin da piccoli si abituavano a dormire d'inverno in stanze appunto piccole, non riscaldate, spesso chiuse solo da tende mobili, anziché da porte, acquistando così una maggiore resistenza alla vita all'aperto e alle malattie delle vie respiratorie.Il letto ad un posto veniva accostato alla parete di fondo dell'alcova, mai col lato minore rivolto verso l'uscio del vano perché in tale posizione veniva sistemato il catafalco del morto.
E a quanti ritengono che lo "ius primae noctis" cioè il diritto conferito al barone sulle vergini della baronia nella prima notte di nozze, fosse un'invenzione medievale, ricordiamo che presso i Romani vigeva già il "diritto di alcova", che attribuiva al Dominus della villa il diritto di possedere tutte le schiave vergini.
Il "modello di virtù" della donna romana legata alla tradizione ha subito un'evoluzione giuridica e un'emancipazione largamente permissiva. A partire dalla fine della Repubblica il matrimonio ha per obiettivo primario la procreazione di futuri cittadini degni della città. Amore e matrimonio non sono la conseguenza uno dell'altro, senza tuttavia voler negare l'esistenza di matrimoni felici. Sovente il matrimonio era combinato fra due famiglie unicamente per ragioni di interesse.
Di qui muovono le ragioni di una poligamia di fatto che i romani praticavano per il piacere. La situazione degenera, a tal punto, che Giovenale e Marziale citano donne che si sono sposate 5 volte, e anche 10, in soli 5 anni. L'imperatore Vespasiano, scrive Svetonio, aveva molte concubine. Commodo possedeva addirittura un harem di 300 concubine, il biografo di Eliogabalo scrive che l'imperatore non dormi mai due volte con la stessa donna. Domiziano si concedeva lussuriose scorribande sessuali, compiacendosi di definirle "ginnastica del letto".