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::Area archeologica di Palike a Mineo » Storia

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(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Area archeologica  di Palike

Area archeologica di Palike




L'area archeologica di Palikè (sede del santuario identificato fin dal XVI sec. come il più importante luogo sacro dei Siculi), sorge in località Rocchicella, su un contrafforte basaltico a ridosso della vallata del fiume Margi, presso il lago di Naftia, vicino Palagonia, da cui dista circa 1 km, sebbene dall'inizio del secolo scorso sia stata annessa al territorio del Comune di Mineo.
Le notizie sull'antica città di Palikè sono incerte: ne parla Diodoro Siculo affermando che venne rifondata da Ducezio nel 453 a.C.  sull'altura che domina la pianura sede del santuario dei fratelli Palici,il quale venne ricostruito con strutture monumentali quali portici e sala da banchetto molto probabilmente grazie all'iniziativa di Ducezio.
Ducezio, originario della vicina Menainon, proveniva da una eminente famiglia sicula e riuscì a formare una lega di città sicule in funzione antisiracusana che faceva capo probabilmente proprio al santuario dei Palici. Dopo alcune iniziali vittorie Ducezio fu sconfitto, la sua capitale fu distrutta e il suo breve “regno” finì. 
L’area era famosa nell’antichità in quanto Tale culto, fra i più venerati dalle popolazioni locali, aveva come fulcro una serie di laghetti caratterizzati da alti getti d’acqua dovuti alla presenza di anidride carbonica. I laghetti, chiamati di Naftia a partire dall’età medievale, sono adesso scomparsi dopo le bonifiche agricole e le trasformazioni industriali degli ultimi sessanta anni.
Secondo molti storici dall'antica Palikè trae origine l'odierna Palagonia, il cui toponimo significherebbe per l'appunto "Palica Nea" ossia la Nuova Palica.
Secondo il mito greco gli dei Palici sarebbero nati dall'unione di Zeus con la ninfa Talia: il tempio sarebbe sorto sulle rive mefitiche del laghetto, dove si svolgevano alcuni riti tramite i quali i sacerdoti eseguivano vaticini e ordalie. Il lago di Naftia ancora fino agli anni trenta, prima delle bonifiche agrarie e delle nuove trasformazioni industriali, comprendeva una serie di piccoli crateri caratterizzati da getti di anidride carbonica. Oggi il laghetto di Naftia non è visibile e i suoi gas vengono sfruttati industrialmente.
A partire dal 1995 alcune campagne di scavo della Soprintendenza dei beni culturali ed ambientali di Catania hanno permesso di individuare, sulla sommità di Rocchicella i resti di una città databile al IV sec.a.C. e nell'area davanti alla grotta che si apre ai piedi dell'altura, la presenza di strutture architettoniche, in gran parte attribuibili al santuario , e livelli antropizzati databili ad un periodo compreso tra il paleo-mesolitico e l’età sveva. Gli scavi hanno messo in luce due edifici sacri: una struttura databile al VII sec. a.C. e una elegante costruzione lunga 25 metri, probabilmente un tempietto, databile alla fine del V sec. a.C., realizzata in blocchi di arenarla perfettamente squadrati, alcuni dei quali arricchiti da eleganti modanature. Da quest'arca una scala intagliata nella roccia permette di raggiungere l'acropoli dell’antica Palikè , sulla Rocchicella. Della città sono visibili l'acropoli con i resti delle fondazioni di un tempio e la cinta muraria orientale realizzata con la tecnica a telaio.
Dal gennaio 2006, la regione ha acquisito l'area per aprirla al pubblico, realizzando un Antiquarium con sala espositiva per esporre i materiali rinvenuti dagli scavi, con saletta didattica e supporti audiovisivi. Infatti, presso l’area si svolgono attività didattiche comprendenti lezioni frontali, attività pratiche come survey, esercitazioni di scavo, schedatura e archeologia sperimentale.
La creazione dell’area archeologica ha permesso anche di salvaguardare la flora e la fauna dell’area che sono di particolare interesse e che comprendono fra le piante orchidee selvatiche asfodeli, asparagi, zafaranastro giallo e fra gli animali upupe, volpi, etc.
Rocchicella è stata abitata fin dai tempi più remoti. Strumenti in selce utilizzati nella caccia e in altre attività di sussistenza insieme a numerose ossa animali di bos primigenius, cervus elaphus ed equus hidruntinus sono stati trovati in due saggi di approfondimento, adesso ricolmati, aperti nell’area davanti la grotta. Tali materiali forniscono preziose informazioni sulle tribù di cacciatori che intorno al X millennio a. C. vivevano presso l’accogliente grotta in un ambiente profondamente diverso dall’attuale.
Ad età neolitica (VI-V millennio a.C.) sono databili due piattaforme in terracotta, un focolare ed alcune macine rinvenute davanti la grotta. Al di sopra di questi livelli si è rinvenuta una capanna, databile intorno al 2000 a.C, della quale si è conservato parte del muretto perimetrale. Le tombe a grotticella artificiale evidenti sulle pareti rocciose ai lati della grotta sono databili alla tarda età del bronzo (XIII-XI sec.a.C.) Sentieri e scale intagliati nella roccia collegano le diverse grotticelle che sono per lo più a pianta circolare e con sezione conica.
All'età arcaica (VII-VI sec. a.C.) appartengono le più antiche strutture murarie che possiamo con una certa sicurezza attribuire al santuario visibili al centro dell’area davanti la grotta. Si tratta di due edifici paralleli di pianta e dimensioni simili e di una struttura a due ambienti che conserva parte di una pavimentazione in lastre litiche.
Intorno alla metà del V sec.a.C. nell’area davanti la grotta viene realizzata una monumentale sistemazione a terrazze che comprende nel punto più alto un hestiaterion (edificio per banchetti) e nelle terrazze inferiori due stoai (portici con locali di servizio). 
L’hestiaterion è a pianta rettangolare con quattro stanze laterali destinate ad ospitare i banchetti e tre stanze più piccole in fondo, tutte disposte attorno ad un ambiente centrale aperto sul lato meridionale attraverso un ingresso monumentale con gradino. Tracce di lavorazione ben visibili sui blocchi squadrati in pietra calcarea sono segno della presenza durante la costruzione di questo edificio di maestranze che conoscevano bene le tecniche dell’architettura greca. Lo studio dei resti dell’edificio ha permesso di ipotizzare una ricostruzione in realtà virtuale della struttura realizzata dalla Lerning Sites inc.
Nella grande stanza centrale della stoà B, visibile su un terrazzo inferiore, si sono rinvenuti pentole e vasellame connessi alla preparazione dei banchetti che si svolgevano nell’hestiaterion e, in un settore delimitato da un muretto in mattoni crudi, un bothros (pozzetto votivo) contenente coppe a vernice nera e ossa animali.
La sistemazione monumentale dell’area davanti la grotta fa parte di un unico disegno urbanistico che dimostra una precisa volontà di valorizzare il temenos dei Palici probabilmente,come già detto, da attribuire a Ducezio.
I resti di Palikè presenti sull’altura delimitati da un muro di cinta in tecnica a telaio sono databili al IV sec. a.C. e appaiono come una frettolosa ricostruzione seguita ad una violenta distruzione di quella che doveva essere la Palikè di Ducezio della quale viene mantenuto l’impianto urbanistico regolare. 
Una continuità di utilizzo dell’area davanti la grotta in età romana è documentata dalle tracce di almeno due restauri dell’hestiaterion nella prima e media età imperiale. Radicale appare invece la trasformazione dell’edificio nel III sec. d.C. quando in una delle stanze viene impiantato un mulino. Questo momento indica la fine dell’area come pubblica e certamente la fine del santuario. 
Indirizzo : Contrada Rocchicella
Provincia : Catania  Comune : Mineo 
Tel. : 3315771468

Orari ingresso : da martedì a sabato, dalle 9.00 alle 13.00 - mercoledì dalle 9.00 alle 16.00
Biglietto singolo intero :  2,00 €
Biglietto singolo ridotto:  1,00 €
Note: Biglietto per l'ingresso residenti nella provincia: 1,00 €




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