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Tempio di Apollo - Siracusa
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"Kleomenes, figlio di Knidieidas, fece ad Apollo ed Epikles i colonnati, opere belle".


Tempio di Apollo

Tempio di Apollo

Largo XXV luglio



Secondo quanto riporta lo storico greco Tucidide, Siracusa venne fondata nell'VIII sec. a.C. da un gruppo di colonizzatori greci, provenienti da Corinto e guidati da Archia, che arrivato sull'isoletta di Ortigia scacciò i Siculi che prima l'abitavano. I Greci scelsero subito lo scoglio di Ortigia per fondare la nuova colonia, probabilmente grazie alle sue ideali condizioni naturali:
la disponibilità di due ottimi porti (il Lakkios a nord e il Porto Grande a sud), l'abbondanza di acqua dolce, la possibilità di controllo delle fertili pianure dell'interno (nell'immediato entroterra sorgeva, infatti, una palude che diede il nome alla città)
I templi di Siracusa presentano pianta rettangolare, caratterizzata dal prevalere della lunghezza sulla larghezza e colonne tozze, pesanti, con echini schiacciati e larghi: molti di questi templi, che ancor oggi caratterizzano la zona archeologica di Siracusa e risalgono sia al periodo classico che a quello arcaico, furono trasformati successivamente in chiese a partire dall'età paleocristiana.
Di notevole interesse archeologico è il tempio di Apollo (da alcuni attribuito ad Artemide), i cui imponenti e splendidi resti si trovano nell'area archeologica di piazza Pancali, tra l'odierna via Dell'Apollonion (una volta via Diana) a sud, a est piazza Pancali e largo XXV Luglio ad ovest. Esso è databile all'inizio del VI sec. a.C. ed è quindi il tempio dorico più antico nel mondo occidentale greco.
Disposto in senso est - ovest, conserva ancora oggi resti di una torre di età bizantina e il coevo muro di cinta addossati al versante occidentale. Dell'edificio rimangono oggi in situ un tratto del muro meridionale della cella, parti dello stilobate e tronconi di fusti lungo la fronte orientale e sul lato meridionale; inoltre sono visibili anche alcune delle colonne su questo stesso lato, oggetto di un lavoro di restauro.
Scoperto intorno al 1860 all'interno di una cinquecentesca caserma spagnola, venne riportato interamente alla luce grazie agli scavi effettuati da Paolo Orsi negli anni tra il 1938 e il 1943.
Le precedenti costruzioni, infatti, non tennero conto della presenza di un monumento storico, il quale fu danneggiato gravemente proprio a causa della sovrapposizione architettonica.
Il tempio subì infatti diverse trasformazioni, che ne hanno danneggiato e cambiato l'originaria struttura templare lasciandone, tuttavia, tracce compiutamente leggibili. Fu chiesa cristiana in epoca bizantina, di cui si conserva la scalinata frontale, ma soprattutto per la presenza di una porta mediana. Poi divenne moschea araba, ad un livello superiore si insediò la chiesa normanna del Salvatore che venne poi, nel '500, inglobata nella futura caserma spagnola detta del "Quartiere vecchio".

L'edificio è un periptero esastilo di ordine dorico con la fronte principale rivolta verso oriente, non rispettata dall'odierna sistemazione dell'area archeologica. L'ingresso originario, infatti, era opposto a quello attuale.

La sua pianta risulta piuttosto allungata (55,53 m x 21,56 m) con una disposizione di 6 x 17 colonne: caratteristica quest'ultima tipica degli edifici di epoca arcaica. Varie rilevazioni architettoniche ne confermano la sua arcaicità nella fattura delle colonne e nell'ampiezza degli intercolumni. Pianta del tempio
E' caratterizzato da colonne molto larghe e ravvicinate dai fusti massicci (caratteri tipicamente dorici). Lo stilobate del tempio mostra tre gradini e presenta una epigrafe incisa sulla alzata del gradino superiore della gradinata orientale dell'edificio, un'iscrizione dedicata ad Apollo e firmata dal costruttore (in genere assente nei templi greci) un certo architetto Kleomenes.
Dallo stilobate si alza il colonnato periptero, con diciassette colonne sui lati lunghi e sei colonne sulla fronte, mentre una doppia fila di colonne più piccole (il cui compito era in origine quello di sorreggere il tetto) divide in tre navate la cella: quest'ultima è molto stretta e presenta pianta assai allungata con pronaos (atrio) distilo in antis preceduto da avamportico e vestibolo e adyton (ambiente chiuso) in fondo.
Alcuni caratteri di questo tempio si rifanno chiaramente alla tradizione corinzia: la presenza delle colonne monolitiche nel lato d'ingresso, l'inserimento della cella nel peristilio, la rinuncia alla disposizione diptera, la proporzione delle colonne e le strutture dei capitelli: questi ultimi sembrano riprendere il tempio di Apollo a Corinto (metà VI sec. a.C.).
Gli intervalli diseguali degli intercolumni, l'arretramento della cella nella peristasis, la scala sulla fronte dei gradini e la presenza dell'adyton sono invece caratteri tipicamente siciliani, mentre si richiamano alla madrepatria la disposizione della cella a megaron e il piano del pronao, della cella e dell'adyton, non sopraelevato rispetto alla peristasis. La decorazione esterna del tempio era costituita dal fregio dorico, a sua volta coronato da terracotte policrome dipinte a fuoco che presentavano due elementi: gèison e sima (con goccialotoi tubolari nei lati lunghi). Le lastre di terracotta erano decorate con motivi e colori vivaci (bianco, rosso e nero), molto diffusi a loro volta nella ceramica corinzia. Da ricordare inoltre le sculture che abbellivano l'esterno del tempio di Apollo: sfingi bifronti, cavalieri e acroteri fittili, dalla durezza di modellato tipica dell'arte dorica, le cui radici sono da ricercare nell'arte cretese e in particolare nell'arte scultorea che prese il nome da Dedalo, il mitico creatore del Labirinto.
(Michele Gagliani )
La pietra utilizzata nella costruzione del tempio è un calcare locale di Siracusa, cosiddetto "giuggiulena", le cui cave sono state localizzate nella zona di Plemmirio e da qui, probabilmente attraverso il porto, il materiale lapideo venne portato in Ortigia.
Enormi le dimensioni delle colonne dal fusto monolitico, con un'altezza di 6,62 m. Esse non sono caratterizzate da entasis lungo il fusto - la correzione ottica che implica un rigonfiamento a metà del fusto per evitare a chi guarda da lontano che esso appaia assottigliato - e le scanalature, a spigoli vivi, sono in numero di 16 come negli edifici di età arcaica.Facciata del tempio

La descrizione di Denon
Nel 1778 Vivant Denon descrive cosi il tempio: "...Bisogna adesso per ritrovare questo famoso tempio, il primo che sia stato innalzato a Siracusa, penetrare nella camera di un privato di nome Danieli, via Resalibra, dove nello spazio tra il letto ed il muro, ci sono ancora due capitelli sui loro fusti, che sono stati intaccati per ingrandire la stanza. Le colonne sono sotterrate per più di metà della loro altezza e sono talmente vicine l'una all'altra, che i capitelli non hanno che qualche pollice di distacco. Nel procedere ad alcune riparazioni e scavando una cisterna il proprietario ha trovato altri due fusti di colonne, l'una dell'angolo e l'altra del lato occidentale ..."

Riguardo alla divinità alla quale sarebbe stato dedicato il tempio c'è da dire che Cicerone, in un suo passo, menzionava due templi che superavano in bellezza tutti gli altri edifici sacri di Ortigia, uno dedicato alla dea Diana e l'altro a Minerva.
Sin dal 1500 si credette di poter identificare nellee rovine il tempio dedicato ad Artemide presso l'istmo, sino a quando però l'iscrizione incisa sull'ultimo gradino della fronte dell'edificio rivelò che doveva essere Apollo la divinità a cui veniva fatta una dedica nel tempio.
Oggi, alla luce dei dati epigrafici e letterari, le ipotesi sostenibili sono due: se il tempio in età arcaica era dedicato ad Apollo, il tempio di Diana citato da Cicerone o doveva trovarsi in un'altra parte di Ortigia, oppure il culto della dea doveva essere stato associato a quello di Apollo già in età antica nello stesso edificio. Quest'ultima è un'ipotesi plausibile; spesso infatti le due divinità venivano associate nei riti religiosi.
Inoltre, a Siracusa entrambi i fratelli erano molto venerati: Apollo in quanto ispiratore di Archia, ecista della città, e Artemide perché il nome stesso di Ortigia è a lei affine; appunto per questo Pindaro chiamava l'isola "germana di Delo".

Scoperta nel 1864, l'epigrafe si trova precisamente in corrispondenza delle prime tre colonne di sinistra, e si estende per una lunghezza di circa 8 m quasi un terzo dell'intera fronte. Sin dalle prime letture del testo fu chiaro che in corrispondenza della prima parola doveva leggersi un nome di persona, colui che firmava la dedica; tutto il resto dell'iscrizione suscita ancora oggi interpretazioni controverse. La lettura tradizionale è la seguente: "Kleomenes (o Kleomedes), figlio di Knidieidas, fece ad Apollo (il tempio) ed Epikles (fece) i colonnati, opere belle". Secondo la trascrizione si legge il nome dell'architetto Kleomenes, che aveva progettato il tempio e diretto i lavori di costruzione, insieme a quello del suo aiutante, Epikles; quest'ultimo si sarebbe occupato più specificatamente della costruzione della peristasi lapidea, l'importante novità dell'edificio.
Purtroppo non sono note le vicende storiche successive, fino alla fine del VI sec. a.C.




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