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::Castello di Montechiaro a Palma di Montechiaro » Storia

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«Può considerarsi uno degli esempi più tipici dei castelli trecenteschi siciliani, il cui articolato organismo strutturale, il pittoresco comporsi dei volumi, sembra germinato spontaneamente dalle asperita´ della roccia».

Spatrisano


Castello di Montechiaro

Castello di Montechiaro


Secondo Tommaso Fazello questo «fortilitium mirabile» sarebbe stato costruito nel 1358, probabilmente da Federico III Chiaramonte, Conte di Modica, figlio di Giovanni e di Lucia Palizzi.
Arroccato su uno sperone roccioso, dall' aspetto severo e fiero, nonostante le piccole dimensioni, è uno dei tanti bei castelli chiaramontani ma il solo di essi edificato sul mare che si infrange sulla scogliera sottostante.
Alla morte del figlio Matteo, Gran Siniscalco del Regno e conte di Modica, per mancanza di prole maschile il castello passò a Manfredi III Chiaramonte, conte di Malta e di Modica, duca delle Gerbe.
Dopo la morte di Federico d'Aragona, detto il Semplice, e rimasto vacante il regno per l'assenza dell'unica erede, la regina Maria, l'isola rimase sotto l'amministrazione dei vicari, tra i quali Andrea Chiaramonte, figlio di Manfredi III. Alla venuta, però, dei Martini, come legittimi sovrani del regno, in seguito al matrimonio tra Maria e Martino I il Giovane, figlio del duca di Montblanc, Andrea, accusato di ribellione, fu fatto decapitare nella Piazza Marina di Palermo, dinanzi allo Steri, sontuosa dimora baronale che suo padre aveva fatto costruire. Prima però di farlo decapitare il sovrano aragonese, con un decreto dato ad Alcamo il 4 aprile 1392, affidava al conte d'Agosta il castello, a cui più tardi, con privilegio dato a Catania il 15 febbraio 1395, aggiungeva anche «castra, terras et pheuda Montiscari». Quando però questi si ribellò all'autorità regia il re aragonese lo concesse a Palmerio Caro, in segno di riconoscimento e ricompensa per gli aiuti ricevuti durante i tumulti scoppiati nel Val di Mazara.
Da qui la «licentia populandi» per il castello di Montechiaro con permesso di edificare una terra fortificata nel 1433. Il privilegio conteneva pure l'investitura al nobile Caro del titolo di barone con l'obbligo del servizio militare. Sull'esempio di Palmerio, il figlio Giovanni, succeduto alla regia castellania, col suo valore e la sua lealtà nei riguardi di re Alfonso seppe meritarsi, nel 1433, il feudo di Montechiaro ed ebbe concesso il potere di unire al proprio stemma gentilizio (d'azzurro alla palma al naturale) le armi reali d'Aragona (ai quattro pali di rosso in campo d'oro). Sembra che, per cancellare la memoria della famiglia fondatrice, il castello, secondo un'usanza in quel tempo molto comune, abbia subito un mutamento nel nome. Anziché rocca dei Chiaramonte si chiamò rocca di Montechiaro.
A partire dal 1585, in seguito al matrimonio tra Francesca Caro e Mario Tomasi, patrizio e cittadino di Roma, capitano d'armi a Licata, il castello e la baronia pervengono al nuovo ramo aristocratico dei Lampedusa e dei Gattopardi.
Un componente della famiglia, Carlo Tomasi Caro, venne onorato da Filippo III di Sicilia, del titolo di duca di Palma.
Questi, fattosi poi frate, cedette i suoi beni al fratello che fu anche il primo principe di Lampedusa.
Il maniero rimase di proprietà della famiglia Tomasi fino al 1957, quando si spense Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), scrittore celebre per il romanzo postumo Il Gattopardo nel quale è rappresentata la decadente aristocrazia siciliana del Risorgimento.
Nel 1913 furono intrapresii al castello alcuni lavori di restauro.
DESCRIZIONE
L'edificio in origine aveva mura perimetrali compatte aderenti al terreno, torri corredate di merli del tipo guelfo, piccole finestre quattrocentesche aperte sulle torri e sul bastione.
Vi si accede dal lato sud, attraverso una stradella acciottolata in salita dalla quale si giunge, superato il portone d'ingresso, nella corte interna.
La torre mastra è a pianta romboidale e presenta due livelli; la terrazza mostra ancora merlature di tipo guelfo.
Ben poco di notevole rimane all'interno di questo castello nel quale si notano caratteri catalani e successive opere del 1600 e che appare, da lungi, quale fiabesca dimora.
Assai interessante è la leggendaria storia della Madonnina che trovasi nella cappella, venerata quale Madonna di Montechiaro, statua in marmo che il dotto studioso palmese G. Caputo attribuisce ad opera di da Antonello Gagini (1478-1536), artista palermitano.
Di questa famosa statua si narra sia stata un tempo rapita dai vicini abitanti di Agrigento con i quali il popolo di Palma, andato a riprenderla, dovette sostenere una furibonda lotta.
Da qui l'usanza di custodire gelosamente la Madonna affinchè non venga mai più sottratta alla sua gente e poiché ogni anno essa viene trasferita per un mese nella cattedrale di Palma, durante il rituale trasporto è seguita da numerosi spari in memoria del bellicoso episodio.

Ad avvalorare la tramandata preoccupazione popolare si vuole che già verso il 1553, al tempo in cui il famoso corsaro Drahut sacheggiava le coste di Sicilia, questa Madonnina abbia subito un altro rapimento da parte dei turchi i quali però sarebbero stati poi costretti a gettarla in mare, per un miracoloso straordinario aumento del suo peso, cosicchè i castellani del tempo poterono recuperarla. Sul piedestallo della statua, di mirabile fattura si vede scolpito, assieme a leggiadri serafini, lo stemma dei Caro inquartato, per reale privilegio, con quello d'Aragona.

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