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(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Cattedrale di San Bartolomeo

Cattedrale di San Bartolomeo


Antica diocesi di Lipari e concattedrale dell'arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, la chiesa sorge nel cuore della Cittadella e il prospetto principale si affaccia a NW sulla scalinata che conduce nella parte bassa della città ed è la più grande e antica delle chiese di Lipari.
Dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente (a.476) si avvertirono in Sicilia i pericoli delle incursioni vandaliche e l'oppressione degli Ostrogoti. Pertanto i Liparèi, ormai cristianizzati, ritennero prudente rinserrarsi nel circuito della Città Alta e di trasferire nel cuore stesso dell'abitato la residenza episcopale.
La nuova Cattedrale - di dimensioni assai ridotte e per nulla paragonabili a quelle della chiesa attuale - si impiantò nel sito stesso in cui, in età classica, credibilmente si ergeva un tempietto pagano. Essa venne distrutta nell'838 allorché le Eolie, insieme con l'intera Sicilia, divennero possesso degli islamici.
Per la ricostruzione della chiesa bisogna attendere l'intervento del conte Ruggero del casato d'Altavilla meglio conosciuto come Ruggero I di Sicilia o conte di Sicilia, padre di Ruggero II, bisnonno materno di Federico II di Svevia o Federico I di Sicilia del casato svevo degli Hohenstaufen.
Il suo intervento dovuto alla richiesta d'aiuto da parte dell'Emiro di Siracusa, allora in lotta contro l'Emiro di Castrogiovanni, avviò di fatto l'inizio della completa riconquista Normanna della Sicilia sottraendola al dominio arabo.
Dopo circa duecentocinquant'anni di vuoto storico, l'abate Ambrogio e dei religiosi dell'Ordine di San Benedetto, inviati qui dal "liberatore" Ruggero I, gettarono le premesse della ricolonizzazione del territorio e della rifondazione della Città di Lipari e, sempre nel sito centrale del Castello edificarono la chiesa abaziale con l'attiguo monastero. Papa Urbano II durante il processo di ricristianizzazione della Sicilia approvò l'erezione del monastero e donò all'abate Ambrogio le decime che esigeva nel territorio di Patti. Nel 1094, all'abbazia furono assegnate la metà delle proprietà e delle rendite dei terreni del feudo di Naso.
La chiesa abaziale, intitolata a S. Bartolomeo, divenne Cattedrale il 24 settembre 1131, anno in cui l'arcivescovo di Messina Ugone in considerazione dei cospicui tributi assegnati dal conte Ruggero ai due monasteri di Patti e di Lipari, eseguendo il contenuto della bolla pontificia di Anacleto II, promuove a vescovado i due monasteri, affidandone nell'ottobre dello stesso anno, la cura spirituale e temporale all'abate Giovanni, cui conferisce la dignità vescovile.
Giovanni ingrandì la chiesa (a navata unica) e anche il monastero che si sviluppò attorno al chiostro (il primo di stile latino-normanno di Sicilia) dei cui quattro originari ambulacri ne sono pervenuti tre recentemente riportati alla luce, il quarto opportunamente modificato costituisce l'attuale navata destra della cattedrale.

In epoca aragonese il riconoscimento ufficiale della diocesi da parte della Santa Sede avviene nel 1157 fino al 1399, quando il papa Bonifacio IX (Pietro Tomasello-Cybo), considerata l'estensione, la distanza dei luoghi per via del braccio di mare che le separa, con il consenso del re Martino I di Sicilia, divide l'episcopato in due diocesi: Lipari e Patti.
Ulteriori ampliamenti la Cattedrale subì tra il 1450 e il 1515 completarono l'edificio con un artistico soffitto di legno a capriate, incendiato nel luglio 1544 in seguito all'assalto dell'armata corsara turco - ottomana capitanata da Khayr al-Din Barbarossa.
Ricostruita nella seconda metà del Cinquecento da Annibale Spadafora (1553 )con realizzazione del tetto in muratura con volta a botte, risultò alta e oblunga, per cui ai fianchi trovarono sviluppo varie cappelle; per le cappelle del lato destro furono utilizzati e perimetrati con muri taluni spazi d'intercolunnio dell'ambulacro Nord del chiostro.
Il 13 febbraio 1654 Benedetto Geraci presiede i riti di consacrazione del tempio.
Per la Cattedrale il secolo XVIII segnò un'epoca di radicali innovazioni e nelle strutture e nelle ornamentazioni: gli affreschi della volta, raffiguranti scene bibliche, risalgono agli anni attorno al 1700;
Nel 1728 seguì la commissione della statua argentea del protettore e la costruzione dell'altare ligneo posto alla sinistra dell'abside, quale segno di ringraziamento per lo scampato pericolo, preservando dalla distruzione l'intero arcipelago dal sisma dell'11 gennaio 1693 noto come terremoto del Val di Noto.
Alla realizzazione del prezioso simulacro seguì l'attività di Francesco Miceli che dal 1743 arricchì la chiesa d'argenterie liturgiche e lavori d'oreficeria.
Fra il 1755 e la fine del secolo venne innalzato il campanile, e nel Nel 1769 Bonaventura Pestandrea coi lasciti del predecessore perfezionò le ali dell'edificio, costruì l'Aula consiliare, fece affrescare l'interno, con particolare riguardo al soffitto arricchito con un ciclo di scene bibliche tratte dal Vecchio Testamento. Così nel 1772 la Cattedrale fu ingrandita delle due navatelle laterali, una delle quali (quella di destra) comportò la demolizione di un intero settore del chiostro benedettino.
Anche il prospetto di pietra paglierina vesuviana fu messo in opera intorno al 1772 e venne a dare un nuovo senso di armonica dinamicità all'insieme architettonico del Duomo. Nell'ultimo decennio del secolo s'impose prepotentemente, nella Cattedrale, la policromia del marmo, e di marmo furono rivestiti gli altari che vennero altresì sormontati dalle belle tele del napoletano Antonio Mercurio realizzate 1779 e il 1780.
Anche il prospetto di pietra paglierina vesuviana è messo in opera intorno al 1772 per dare un delicato contrasto e senso di armonica dinamicità all'insieme architettonico del duomo o chiesa madre. Nell'ultimo decennio del secolo sono rivestiti gli altari di marmo arricchiti dalle belle tele del napoletano Carlo Mercurio.
Nel 1789 Giuseppe Coppola riconsacrò la cattedrale riedificata dal Prestandrea. Con sentenza del 12 agosto 1789, emessa dopo la morte di Guseppe Coppola, Ferdinando I delle Due Sicilie pose la sede vescovile di Lipari sotto il Regio Diritto Patronato.
Nel 1859 un fulmine fece crollare il timpano della facciata e un paio di campate della volta. L'intervento di ripristino fu immediato ed ebbe termine nel 1861. Le pitture scomparse non sono state sino ad oggi reintegrate.
Dalla fondazione, la cattedrale di San Bartolomeo assolve il ruolo di chiesa parrocchiale unica con giurisdizione su tutto il comprensorio dell'arcipelago. Monsignor Angelo Paino (1909-1921) ha snellito l'azione pastorale delle tante chiese vicarie o sacramentali, sollecitando il decreto governativo del 28 ottobre del 1910, istituendo nella diocesi le prime sedici parrocchie autonome, compresa quella della stessa cattedrale.
Il 30 settembre 1986 si ebbe l'unificazione giuridica delle diocesi di Messina, Lipari, Santa Lucia del Mela nell'unica arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, Ignazio Cannavò fu il primo arcivescovo metropolita e archimandrita del Santissimo Salvatore.
Pienamente immersa, per lunghi secoli, e svettante nel mezzo del groviglio di case dell'antico tessuto urbano, la Cattedrale fu testimone della vita religiosa e civile della gente isolana. Ed è per tal motivo che i fedeli ordinariamente la chiamano 'a Citàti, perché essa, la Cattedrale, è sintesi altamente rappresentativa di una Città che non è più, e nel contempo rimane centro propulsore di quella straordinaria forza aggregante che lega tutti i figli delle Eolie, i vicini e i lontani.

FACCIATA
La spettacolare facciata si presenta sulla scenografica scalinata con la sua straordinaria bellezza e slancio verso il cielo. Il lento incedere lungo il percorso pedonale costituisce effetto moltiplicatore degli spazi e dei volumi che gradualmente svelano le magnifiche proporzioni del complesso. Il sito è altrimenti raggiungibile mediante la carrozzabile attraverso la Porta Carraia del Castello ma, questo itinerario è più interessante per la visione dell'intero complesso della Citàti.
La facciata è contraddistinta da due ingressi laterali minori e da un portone principale, impreziositi da portali marmorei costituiti da colonne ioniche sormontate da capitelli in stile corinzio che incorniciano gli ingressi fino agli architravi con timpani costituiti da volute a ricciolo. L'architrave dell'ingresso principale reca incisa l'iscrizione "DIVO BARTOLOMEO DICATUM". I due timpani laterali all'interno recano delle steli riccamente scolpite e decorate. Le entrate laterali sono sormontate da finestre vetrate riccamente incorniciate con arco superiore, al centro, la nicchia con emisfero a conchiglia simbolo del pellegrinaggio, contenente la statua del Santo, chiude un finestrone vetrata con timpano mistilineo.
Quattro pilastri paraste in pietra viva sormontati da capitelli con modanature, costituiscono le nervature verticali del prospetto fino al cornicione superiore con grande arcata centrale. Il timpano è costituito da una successione di quattro ordini decrescenti di frontoni rettangolari raccordati da volute con riccioli verso il basso al primo e secondo livello, volute verso l'alto nei restanti livelli separati da cornicioni dalle variegate modanature. Sui contrafforti dei primi due ordini rispettivamente vasi e obelischi tronchi piramidali; all'interno dei frontoni degli stessi ordini delimitati da pilastri paraste troviamo lo stemma coronato con dedica "DIVO BARTOLOMEO DICATVM", una serie di cornici concentriche infine la data di fine costruzione dell'intero timpano "1861", data dettata dalla ricostruzione del timpano e parte delle volte a causa della caduta di un fulmine nel 1859, chiude al vertice una artistica doppia croce in ferro battuto.
Dal punto di vista dell'osservatore, sul lato sinistro completa il prospetto anteriore dell'edificio, la massiccia torre campanaria a sezione quadrangolare, costituita da quattro ordini eretta fra il 1755 e la fine del secolo. L'ultima cella cilindrica è raccordata ai vertici della base con massicce volute a ricciolo verso il basso. Pilastri paraste convesse e cornicioni in pietra lavica delimitano i primi tre livelli caratterizzati da: finestre ovoidali cieche al primo, monofore al secondo, monofore aperte nella cella campanaria del terzo, orologio fra volute decorative a NW e finestrelle circolari sulle restanti facciate, realizzate in pietra viva con elementi decorativi e ornamentali, timpani sospesi e davanzali. La cella cilindrica presenta monofore aperte, timpani ad arco sospesi e targhe per iscrizioni.
La navata centrale un tempo ricoperta da tetto a capriate, successivamente con volta a botte, prima della realizzazione degli affreschi realizzata una serie di volte a crociera impreziosite con episodi biblici di superba fattura e di alto effetto scenografico.
Nelle vele della prima crociera si riconoscono in senso orario: "La Scienza e le Arti", "Sansone e Dalila" e il taglio dei capelli, "Jael e Sisera", "Giuditta e Oloferne" con la decollazione.
Vele della seconda crociera: "L'adorazione del Vitello d'Oro", "Aronne e l'acqua che sgorga dalle rocce", "Mosè e l'apertura delle acque del Mar Rosso per l'Esodo", "La Manna nel deserto".
Vele della terza crociera: "La consegna dei Dieci Comandamenti", "La Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre", "Il Diluvio Universale", "Abramo e il sacrificio di Isacco".
Sull'arco trionfale al centro, fra figure e angeli, uno splendido stemma a scudo in stucco sormontato da elementi cardinalizi e fregi dorati.
Alle navate laterali altari minori in marmo arricchiti da tele del napoletano Carlo Mercurio realizzate 1779 e il 1780.

La navata destra o meridionale o del monastero
Sulla parete esterna della navata destra sono addossati i seguenti manufatti incassati in archi a tutto sesto, rispettivamente gli altari:
Prima campata: Pala d'altare raffigurante "San Gaetano da Thiene", olio su tela. Busto ligneo dorato di "San Filippo Apostolo".
Seconda campata: Pala d'altare raffigurante l'"Assunzione della Beata Vergine Maria", olio su tela. Busto ligneo dorato di "San Matteo Apostolo".
Terza campata: Pala d'altare raffigurante la "Visitazione della Beata Vergine Maria a Santa Elisabetta", olio su tela.Busto ligneo dorato di "San Bartolomeo apostolo".
Quarta campata: Pala d'altare raffigurante "Sant'Agatone e la Traslazione delle reliquie di San Bartolomeo Apostolo, anno 264", olio su tela. Busto ligneo dorato di "Sant'Agatone", vescovo di Lipari.

La navata sinistra o settentrionale
Sulla parete esterna della navata sinistra sono addossati i seguenti manufatti incassati in archi a tutto sesto, rispettivamente gli altari:
Prima campata: Pala d'altare raffigurante "San Michele Arcangelo", olio su tela. Busto ligneo dorato di "Santa Caterina d'Alessandria", opera del XVIII secolo.
Seconda campata: Pala d'altare raffigurante la "Madonna del Carmelo" con San Simone Stock, olio su tela. Busto ligneo dorato di "Santa Lucia Vergine e Martire".
Terza campata: Pala d'altare raffigurante il "Transito di San Francesco d'Assisi", olio su tela. Busto ligneo dorato della "Beata Vergine Maria", opera del XVIII secolo.
Quarta campata: Pala d'altare raffigurante "San Calogero Eremita", olio su tela. Busto d'argento di "San Calogero", compatrono della diocesi e della città di Lipari, opera del XVIII secolo.

TRANSETTO
Absidiola destra
Cappella del Santissimo Crocifisso.
Cappella destra
Cappella del Santissimo Sacramento.Il vescovo Bernardo Maria Beamonte a partire dal 1734 perfezionò l'ambiente ornandolo di marmi, stucchi e pitture. Nell'edicola sulla sopraelevazione dell'altare delimitata da colonne intarsiate in marmo, è collocato il dipinto raffigurante l'Ultima Cena recante l'iscrizione Eques Vinci Pin. AN 1767.
La cappella ospita le sepolture di Annibale Spadafora, Alfonso Vidal, Gaetano de Castillo, Francesco Maria Miceli, Giuseppe Coppola in un sarcofago sormontato da statua marmorea.

Absidiola sinistra
Cappella di San Bartolomeo. Nella nicchia è collocata la statua in argento sbalzato raffigurante San Bartolomeo del XVIII secolo. Cappella sinistra
Cappella della Beata Vergine del Rosario oggi Cappella del Vascelluzzo.
La sopraelevazione è costituita da colonne binate intarsiate in marmo disposte in prospettiva concava, il cornicione spezzato con riccioli sulle cui cimase poggiano putti osannanti e vasotti con fiamme in profondità. Costituisce stele intermedia un'edicola con volute raffigurante una colomba, allegoria dello Spirito Santo. Nell'edicola centrale è documentato il dipinto raffigurante la Beata Vergine del Rosario ritratta tra San Domenico e Santa Rosa da Lima (Santa Caterina da Siena), opera contornata da 15 quadrettini dei Misteri del Rosario. Nella predella è raffigurata la Predica di santo domenicano (San Tommaso d'Aquino) delimitata dagli stemmi della città di Lipari.
Dal 23 agosto del 1930 su impulso dell'arcivescovo Angelo Paino, dopo la donazione della reliquia da parte del Patriarca e dal Capitolo della cattedrale di Venezia, rinnovando il miracolo con l'utilizzo del Vascelluzzo messinese, col concorso degli eoliani tutti, anche la cattedrale si dotò di un proprio Vascelluzzo, espressione dell'arte argentiera e d'oreficeria palermitana Perricone - Marano che oggi troneggia sulla mensa dell'altare.
La cappella ospita le sepolture di Vincenzo Platamone e Vincenzo de Francisco.

Presbiterio Coro ligneo.
Altare maggiore. Sulla sopraelevazione dell'altare il dipinto raffigurante San Bartolomeo.
Cattedra vescovile.
Tra le opere, ricordiamo:
La Madonna del Rosario, dipinto su tela con raffigurati San Domenico di Guzmán nell'atto di ricevere il rosario, Santa Rosa da Lima (Santa Caterina da Siena), la predica di San Tommaso nella predella delimitata dagli stemmi della città di Lipari. Fanno da cornice i 15 quadretti raffiguranti i misteri del rosario.
La Predicazione di San Domenico.
Dormitio Virginis, dipinto attribuito a Giovanni Filippo Criscuolo.
XVI secolo, Deposizione, dipinto su tavola proveniente dalla Cappella di Santa Maria della Pietà.
Santa Caterina d'Alessandria, dipinto su tavola, opera di Giovanni Filippo de Floris.

RELIQUIE
Il pollice del santo. Dopo il saccheggio del Barbarossa le sacre reliquie sono state trafugate e ricompaiono in Asia minore. Un commerciante spagnolo le acquista, le riporta in Italia e le rivende ai Liparesi. "Il vascello" altrimenti detto in dialetto "U Vascidduzzu", alta opera d'argenteria di maestri orafi Perricone-Marano di Palermo del peso di 30 kg d'argento e 2 kg di oro. Secondo la tradizione orale, in seguito ad una terribile carestia del 1672, mentre Lipari è flagellata da una tempesta, riesce ad attraccare un vascello francese che trasporta del grano. Il carico è donato agli isolani senza alcun compenso ma, in realtà la storia sembra essere andata diversamente, infatti, i disperati liparesi per i mesi di carestia compirono un vero e proprio atto di pirateria ai danni del vascello, alla stessa stregua di numerosi altri atti di pirateria compiuti nello stesso specchio di mare e ammantati di prodigi miracolosi. L'arcivescovo Angelo Paino due secoli dopo onora il provvidenziale vascello riponendo all'interno della riproduzione un lembo di pelle del santo protettore.


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