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Castello di Mongialino - Mineo
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::Castello di Mongialino a Mineo » Storia

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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?

(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Castello di Mongialino - Mineo

Castello di Mongialino - Mineo




Citato dal viaggiatore arabo Edrisi col nome di Malga Al-Khalil, letteralmente: "rifugio di Khalil", il casale a nord dell’antica Menai (Mineo), prima dell’arrivo dei normanni, si sottomise interamente alla cultura araba divenendo un valido supporto strategico sul territorio.
Prima di tale citazione non esiste nulla di certo sull’origine di sperone di roccia fortificato di fronte alle ampie vallate e le dolci colline al limitare dei Margi. Sulla cima si erge imperiosa l’ antica fortezza di Mongialino con il suo possente torrione che in passato harestituito anche antiche testimonianze di frequentazione umana già nel bronzo antico con ceramiche tipiche della cultura castellucciana. 
Alla base della rocca si possono osservare dei ruderi, avanzi di una masseria con tanto di granai e un piccolo borgo con una seicentesca chiesetta il cui soffitto è in gran parte crollato e dove sulle pareti sii sorgono ancora tracce di bianco intonaco.
Lo sfruttamento difensivo del castello favorì un tardo ripopolamento con la fondazione di borgo familiare forse anche precedente alla chiesa seicentesca in cui per centinaia di anni la frequentazione dell’uomo ne ha ampiamente usufruito. 
Si riescono a distinguere le vestigia di un antico sentiero battuto che sembra condurci verso la sommità della collina. Tale illusione si concretizza osservando poco più in la i tagli nelle rocce e gli antichi riempimenti laterali atti a colmare le buche del terreno e favorire l’agevole percorrenza con cavalli e carrozze. Il resto di un muro poco più in avanti, alla base della collina, è l’unico frammento di una cinta muraria la quale con tutta probabilità circondava l’intero sperone con perimetro poligonale.
La grande particolarità del castello risiede nella sua struttura interna la quale rappresenta un unicum in tutto il panorama delle fortezze medievali siciliane del periodo. Si tratta di un grande torrione circolare con base leggermente a scarpa del diametro di circa venti metri, dove al centro si trova una massiccia colonna di otto metri dalla quale si dipartono a raggiera una serie di archi a sesto acuto che sostengono la volta sovrastante e la base del piano superiore, il quale possedeva la medesima configurazione del soffitto oggi scomparso. Questa architettura i cui ambienti interni hanno una distribuzione toroidale ci trasmettono una forte sensazione di stabilità e solidità anche per l’elevato spessore murario esterno di ben oltre i due metri.
Da una breccia alla base della colonna centrale osserviamo con sorpresa il fatto che essa sia cava, una soluzione architettonica geniale per un edificio militare se si pensa che tale cavità fungesse da cisterna per la raccolta delle acque piovane convogliate da un terrazzo probabilmente ad imbuto.
Metà della torre è mancante, certamente crollata per i numerosi terremoti dei secoli passati. Entrando in ciò che rimane si possono ammirare i bellissimi archi e gli effetti visivi della raggiera; le pareti interne erano ricoperte da intonaco e ad una certa altezza lungo il bordo correva un cordolo di pietra levigata.
Un’apertura ci conduce in quello che probabilmente era un cortile aperto, circondato da vari ambienti probabilmente utilizzati come caserme e stalle per la guarnigione. Alcuni frammenti di questi edifici sono ancora visibili e conservano le mura perimetrali esterne dove possiamo osservare in un tratto ben conservate le merlature. 
Poco distante dal torrione scorgiamo un ingresso ad un sotterraneo che altro non è che una seconda cisterna dove è interessante osservare la sezione della parete e la tecnica usata per impermeabilizzare, mentre dal soffitto il sole abbagliate penetra da due pozzetti superiori.
Da questo lato la torre è molto ben conservata e ne possiamo apprezzare quello che era la sua reale imponenza, senza considerare il fatto che un tempo aveva almeno un secondo piano interamente in muratura (e forse altri due superiori in struttura lignea).
Lungo la parete esterna notiamo un dettaglio interessante, una profonda frattura che si diparte da una feritoia in alto e percorre in verticale tutta l’altezza fino al suolo allargandosi, nulla di strano se non fosse che tale frattura è riempita al suo interno da una tamponatura di mattoni rossi la quale indica una riparazione forse in seguito ad un terremoto.
Riguardo alle vicende storiche di questo fortino sappiamo ben poco se non i passaggi di possessione dei vari signorotti e feudatari dal periodo svevo sino al cinquecento, data in cui è possibile supporre il suo abbandono per una successiva ripresa nel secolo successivo, con il popolamento del borgo alla base della rocca.
Le notizie ci narrano che intorno al 1200 Mongialino viene donato da Bartolomeo de Lucy alla figlia Margherita la quale rinunciando alla proprietà l’anno dopo se ne impossessa Manfredi, signorotto di Mazzarino.
Nel 1320 ne diviene proprietario Blasco Lancia e nel 1355 Manfredi di Chiaramonte. Dopo rimangono solo le testimonianze degli storici e viaggiatori come il Fazzello nel 1558 e l’abate Vito Amico nel 1757, il quale descrive i resti del castello in quella data come ancora integri.
La bellezza del castello di Mongialino travolge il viaggiatore poiché diversamente da quanto possa accadere per tutte quelle strutture medievali leggendarie che nel Val di Noto furono annientate dal grande sisma di fine ‘600, qui l’imponenza della muratura, la solidità dei bastioni, l’ingegno dell’architettura militare medievale ci coinvolge interamente. 
Il castello di Mongialino resta lì su quello sperone, perso nei silenzi delle stagioni dei secoli, dove di tanto in tanto viaggiatori e curiosi vi fanno visita come in un sacro pellegrinaggio, e dove al contrario, moltissimi non ne conoscono neanche l’esistenza, eppure quelle pietre sonnecchianti sottoposte alle sferzate dell’acqua e del vento, rimangono tutt’ora in piedi, portando con se i ricordi spenti di tempi lontani, di uomini vissuti e di cui ormai non ne sappiamo più nulla.
Ad oggi, quelle pietre sonnecchianti divengono una gigantesca lapide senza nomi ma di sole lettere sparse che accennano vagamente ad antiche leggende di epoche lontane risuonando fra le valli di questa meravigliosa terra.
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