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Ove son or le meraviglie tue
O regno di Sicilia? Ove son quelle
Chiare memorie, onde potevi altrui
Mostrar per segni le grandezze antiche?

(Dal Fazello - Storia di Sicilia,
deca I,lib. VI,cap.I)



Castello di Gratteri

Castello di Gratteri


L’abitato di Gratteri risulta incluso nelle pertinenze della diocesi di Troina nel 1081, mentre nel 1082 un diploma di Ruggero gran conte lo elenca tra le proprietà della contessa Adelasia. Altro passaggio di mano nel 1131, quando l’abitato è inserito tra i centri di pertinenza della nuova diocesi di Cefalù; dopo neppure vent’anni, nel 1148, il nuovo signore della terra è Camerino Gastanel. La prima menzione del castello è data da Idrisi, nel 1150, che parla del castello di Q.ratiris “piccolo ma [signoreggiante territorio] ubertoso”.
Si presume,pertanto, che il castello sia stato edificato e fortificato dai Normanni intorno all' XI - XII secolo si ergeva sulla sommità della rocca di San Vito, in una posizione altamente strategica e difficilmente espugnabile, dove sembra sia esistito un presidio militare nel periodo arabo, probabilmente preceduto da uno bizantino. In epoca normanna appartenne ad un certo Guglielmo e passò quindi in successione ai signori di Monforte, a Guglielmo di Taburia, signore di Partitico, dal 1258 ai Ventimiglia e ancora in seguito ai principi di Pandolfina e alla casa di Alcontres.
Nella prima metà del XIII secolo, infatti, Federico II concede a Giliberto Monteforte, suo senescalco, i titoli di conte di Petralia e signore di Gratteri. Nel 1250 nel testamento dell’Imperatore si citano Gratteri e Isnello, che passano sotto la giurisdizione della chiesa di Palermo. Nel 1258 re Manfredi concede i feudi di Petralia e Gratteri, insieme ad Asinello (Isnello) alla chiesa di Palermo; tuttavia, nel 1271 (gen. 12) il castello, già controllato da Enrico Ventimiglia che subisce una momentanea confisca, diventa beneficio di Guillaume de Maustiers [o Mosterius] da Callian; rimarrà ai Ventimiglia fino al XVIII secolo. Nel 1338 il centro, terra et castrum, è citato nella vicenda che porta alla morte di Francesco I Ventimiglia. Dopo duecento anni, nel 1558, si cita quale “cittadella di recente fondazione” da Fazello (I, pp. 99, 129, 448).
Detta costruzione era senza alcun dubbio una fortezza dotata di difese naturali che l'opera dell'uomo aveva potenziato, tale da resistere a qualsiasi assalto nemico, sia che questo giungesse dalla limitrofa Val di Mazara o dal mare, da cui distava soltanto poche miglia. La sua posizione strategica era notevole: era infatti il primo avamposto fortificato della Val Demone, costruito su un picco rovinoso che scendeva per un abissale precipizio sopra la località Difesa e Mancipa.
Da due lati era costeggiato da un profondo burrone denominato "Bocca dell'Inferno", inoltre, mura possenti erano state edificate per renderlo inespugnabile. Il Passafiume, storico vissuto intorno alla
metà del 1600, scrive: "...il paese si distingue in nuove e vecchie abitazioni. Nella parte vecchia c'è un antico castello, sito in un luogo inespugnabile, costruito ad arte e circondato da solide mura.
Vi si accede attraverso tre porte, una delle quali è dedicata a Lorenzo Ventimiglia...". Il castello, risultava così isolato dagli scoscendimenti formati da ripidi canaloni che, scendendo dal monte Dipilo (m 1385), confluiscono nel torrente Piletto che sbocca a occidente di Cefalù e Lascari. La balza rocciosa costituisce una guardia naturalmente avanzata a nord-ovest del monte in direzione della costa lungo cui sorge il caricatore di Roccella. Nascosto dalla balza stessa, ed esteso verso nord-est, si estende l’abitato contenuto entro una cavea naturale dominata da creste rocciose.
Tra la metà del XVIII e gli inizi del XIX secolo i ruderi del castello furono totalmente demoliti e il materiale reimpiegato per costruire la chiesa della "Matrice Nuova".
Al castello si doveva accedere attraverso tre grandi porte, una delle quali si doveva trovare ad est (nei pressi del vecchio macello), ricordata dal nome della via di "Porta Grande". La porta principale, (della quale sono ancora evidenti i ruderi) ossia quella dedicata al Ventimiglia, era situata nella zona bassa, sulla sponda del torrente che attraversa l'abitato, vicino l'attuale Vicolo Manzoni, stradina che fino al 1935 si chiamava Vicolo Saraceni. La seconda porta sorgeva dove ha inizio l'attuale Via Castello, all'angolo con Vicolo Albanese, ai piedi del bastione della torre dell'orologio, sulla cui sommità montava la guardia. La terza porta è quella sudorientale, tuttora visibile e ben conservata, che permetteva di accedere,dall'attuale Piazzetta Garibaldi, ad una galleria costituita da una serie di archi a sesto acuto, tuttora esistente sotto la chiesa della "Matrice Vecchia", da cui si arrivava dentro le mura del castello. Al di sopra di questa porta sono ancora intatti gli archi delle antiche costruzioni, muniti di feritoie e di barbacani. La galleria presenta una serie di archi acuti, mentre ad una certa altezza si possono ancora notare alcuni assi in legno, che probabilmente servivano per il ponte levatoio. Dalle arcate della galleria e dal muro che si levava nel lato sud-est su strutture arcuate, demolite con quanto rimaneva della struttura, deriva forse il toponimo di "Arcadia" attribuito a questa zona del paese. I resti assai scarsi del castello impegnano l’esigua parte pianeggiante sommitale della roccia.
La via principale di accesso doveva trovarsi sul lato sudoccidentale, e arrivava al castello in corrispondenza dell'attuale "piazza Scala", nella quale sono forse presenti resti di altre costruzioni.
Sul lato orientale alcuni resti forse di un muro di cinta pertinente al castello sono stati visti all'interno di un edificio privato. Sul lato occidentale altri resti murari sembrano inglobare nel loro perimetro la chiesa della "Matrice Vecchia".
Dentro il perimetro del castello sorgevano due chiese: Santa Maria del Rosario in Castro e San Giuseppe, oggi scomparse, ma delle quali rimangono frammenti di mura e pavimenti.
Sebbene rovinato dall'usura del tempo, fino ai primi del secolo scorso il castello si presentava pressocchè intatto: di esso erano ben visibili parecchie stanze ed il carcere, famoso perchè il prepotente Antonio Ventimiglia nel 1383 vi fece morire d'inedia il Vescovo di Cefalù, Nicolò De Burrellis.
Nel 1820 iniziò la progressiva demolizione del castello con il pretesto della necessità di prelevarne il materiale occorrente per la costruzione dell'attuale Chiesa Madre, poi verso il 1850 uno sprovveduto sacerdote ne ordinò la completa distruzione, lasciandovi solamente i torrioni e i picchi più alti. Purtroppo quest'ultimi, isolati, privi di concatenamento, caddero a pezzi, aiutati dai numerosi fulmini che anche attualmente referiscono "visitare" quella zona. Fino al 1948 rimanevano ancora due picchi che svettavano: entrambi furono abbattuti e rasi al suolo per far posto al costruendo serbatoio idricocomunale.


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